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CONTRIBUTO

 ALLA

CRITICA DI ME STESSO

 

 

 

NAPOLI

MCMXVIII

 

  

Stampato come manoscritto in cento copie numerate.

 

Esemplare N. 14

 

 

 

Perche ciò che lo storico ha fatto
agli altri, non dovrebbe fare a se
stesso
?

GOETHE, 1806 (in WW., ed.
Kurschner, XXXI, 141).

 

 

 

 

 

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I. - CIÒ CHE NON SI TROVERÀ

E CIÒ CHE SI TROVERÀ IN

QUESTE PAGINE.

 

 

 

 

Sono entrato nell'ultimo anno del decimo lustro, e mi giova, nella pausa ideale indetta nel mio spirito da questa data, guardare indietro al cammino percorso e cercar di spingere lo sguardo su quello che mi conviene percorrere negli anni di operosità che ancora mi resteranno.

Ma io non traccerò né confessioni, né ricordi, né memorie della mia vita.

Confessioni, ossia esame morale di me stesso, no, perché quanto stimo utile confessarsi in ogni istante, cioè procurare chiarezza a sé stessi nell'atto dell'operare, altrettanto mi pare inutile esercitare un giudizio universale sulla propria vita. Rimosso

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l'unico fine di riconoscersi degni o indegni del paradiso o del purgatorio, queste confessioni generali non vedo a che cosa servano, se non forse alla vanità dell'individuo: vanità, o che l'individuo si compiaccia di sé medesimo, o che si accusi e condanni e gema, perché in ambo i casi egli si reputa cosa troppo più importante che in effetto non sia. Inoltre, quando si tenta rispondere con scrupolosa coscienza alla domanda se si sia stato buono o cattivo, si avverte presto di aver posto piede sopra un terreno infido; perché nel pronunziare un giudizio di quella sorta si pencola sempre nella duplice opposta

vicenda dell'adularsi o del calunniarsi. E tale impaccio nasce dalla ragione già assegnata: che l'individuo è poca cosa per sé, fuori del tutto, onde non solo gli altri ma, esso stesso dimentica la maggior parte degli atti da lui compiuti e dei sentimenti che li mossero; e nello sforzo di raccoglierli e comporli come in un quadro, facile è che li colorisca alla luce del suo sentire presente, favorevolmente o sfavorevolmente disposto,

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formandone una immagine fantastica, che si confonde poi e si disfa innanzi ai dubbi dell'autocritica, sicché si resta in ultimo col non sapere quel che si debba propriamente pensare.

E ricordi nemmeno, perché il passato mi riempie bensì di affetti e di malinconia, ma io non terrei lecito di mettere questi miei sentimenti sulla carta se non nel caso che mi presumessi poeta, ossia che quei sentimenti formassero centro di attrattiva del mio essere e oggetto delle mie migliori virtù spirituali. E certamente il passato mi fa sovente sognare; ma di brevi e rapidi sogni, presto ricacciati indietro dalle necessità del mio lavoro, che non è di poeta. Se dunque mi v'indugiassi, se dessi a quei ricordi, ai quali bastano i taciti colloqui interiori, forma di scritto o di discorso ad altri, ricadrei nel caso precedente delle vane e vanitose confessioni, e andrei incontro al meritato fastidio che suole suscitare  chi pretenda interessare altrui ai casi propri, ossia alla propria transeunte individualità.

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E, infine, non memorie, perché le memorie sono cronache della nostra vita e di quella degli uomini coi quali abbiamo collaborato o che sono stati da noi osservati e conosciuti, e degli avvenimenti ai quali abbiamo partecipato; e si scrivono quando si reputa di poter serbare ai posteri alcune importanti notizie che altrimenti andrebbero perdute. Ma la cronaca della mia vita, in ciò che può presentare di ricordevole, è tutta nella cronologia e nella bibliografia dei miei lavori letterari; e, non avendo partecipato né da attore né da testimone ad avvenimenti di altra sorta, non ho nulla o ben poco da dire sugli uomini da me conosciuti o sulle cose che ho viste.

Che cosa scriverò, dunque, se non scriverò né confessioni, né ricordi, né memorie? Mi proverò semplicemente ad abbozzare la critica, e perciò la storia di me stesso, ossia del lavoro che, come ogni altro individuo, ho contribuito al lavoro comune: la storia della mia “vocazione”, o “missione”. Delle quali parole  o già temperato quel che possono

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avere di altisonante, col notare che ogni uomo conferisce al lavoro comune, ogni uomo ha la propria vocazione o missione, e può farne la storia; quantunque certamente se avessi atteso solo alle mie faccende private e al governo della famiglia, o , peggio, ad adempiere la poco degna missione del gaudente, non starei ora a prender la penna per raccontarmi.

Perché, insomma, io che ho composto tanti saggi critico-storici intorno a scrittori così contemporanei come remoti, procurando di intendere di ciascuno il carattere lo svolgimento e discernere quel che ciascuno aveva di proprio ed originale, non comporrò un saggio su me stesso? È qui pronta la risposta: - Lascia che di te parlino gli altri. - E certamente lascio che ne parlino, quando lor piace; ma perché ne parlino con migliore informazione e maggiore esattezza, e magari con meglio istrutta severità, dirò loro anche quello che so dell'opera mia, persuaso che nel dir questo fornirò alcune osservazioni che assai probabilmente a loro

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sfuggirebbero o che ritroverebbero con difficoltà, quantunque senza  dubbio a me ne sfuggiranno altre, che essi ben sapranno cogliere.

Soprattutto, non sarò in grado di dare di me stesso giudizio sotto un aspetto  che superi me stesso, perché, com'è chiaro, posso bensì giudicare il mio passato dal presente, ma non il mio presente dall'avvenire. Donde anche l'inevitabile colorito, che prenderanno alcune di queste pagine, di apologia o giustificazione dell' opera, quale che sia, da me compiuta: inevitabile, perché, se anche ora la condannassi in nome di una nuova coscienza in me sorta, sempre la condannerei

dal presente, e con ciò stesso verrei in qualche modo a giustificare e consacrare il passato, cioè gli atti e le esperienze che mi hanno condotto al migliore presente. Non si attribuisca, dunque, a consiglio di amor proprio quello che è intrinseca e logica necessità dell'assunto.

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II. - CASI DELLA VITA E VITA

INTERIORE.

 

 

 

 

Quando torno alla mia più lontana fanciullezza per ricercarvi i primi segni di quel che poi son diventato, ritrovo nella memoria l'avidità con la quale chiedevo ed ascoltavo ogni sorta di racconti, la gioia dei primi libri di romanzi e storie che mi furono messi o mi capitarono fra le mani, l'affetto pel libro stesso nella sua materialità, sicché a sei e sette anni non gustavo maggior piacere che l'entrare, accompagnato da mia madre, in una bottega di libraio, guardare rapito i volumi schierati nelle scansie, seguire trepidante quelli che il libraio porgeva sul banco per la scelta e recare a casa i nuovi preziosi acquisti, dei quali perfino

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l’odore di carta stampata mi dava una dolce voluttà. Mia madre aveva serbato amore ai libri da lei stessa letti nell'adolescenza, nella sua casa di Abruzzo, appartenenti quasi tutti alla letteratura romantica di costume medievale; e già prima dei nove anni io conoscevo questa sorta di letteratura, dai racconti del buon canonico Schmidt ai romanzi di Madame Cottin e di Tommaso Grossi, che erano allora i miei preferiti; e rammento che una volta, parlandosi tra compagni di scuola d'imprese militari, uscii a sentenziare che due erano stati i grandi guerrieri, Malek-Adel e Marco Visconti. Mia madre aveva anche amore per l'arte e per gli antichi monumenti; e debbo a lei il primo svegliarsi del mio interessamento pel passato, alle visite che con lei facevo delle chiese napoletane, soffermandoci innanzi alle pitture e alle tombe. In tutta la mia fanciullezza ebbi sempre come un cuore nel cuore; e quel cuore, quella mia intima e accarezzata tendenza, era la letteratura o piuttosto la storia.

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Ma se nella mia famiglia mi stavano innanzi esempi di pace, di ordine, di laboriosità indefessa, in mio padre sempre chiuso nel suo studio tra le carte di amministrazione, e in mia madre che si levava prima di tutti all'albeggiare, e andava in giro per la casa a metter assetto e a dar mano alle donne di servizio, mancava in essa qualsiasi risonanza di vita pubblica e politica. Mio nonno era stato un alto rigido magistrato, devoto ai Borboni; mio padre seguiva la massima tradizionale della onesta gente di Napoli: che i galantuomini debbono badare alla propria famiglia e alle proprie faccende, tenendosi lungi dagli imbrogli della politica; in bocca loro coglievo elogi di Ferdinando secondo, che era un “buon re”, troppo calunniato, e di Maria Cristina, che era una “santa”, e, al tempo stesso, non udivo pronunziare i nomi degli uomini del Risorgimento se non di rado e accompagnati da parole di riserbo, di diffidenza, e talvolta di satira pei liberali chiacchieroni e pei “patrioti” affaristi.

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Un gesuita, per breve tempo confessore di mia madre, le suggerì di leggere e di farmi leggere i romanzi del padre Bresciani, che m'ispirarono una tenera ammirazione pei pittoreschi zuavi pontefici e una corrispondente avversione pei grigi “piemontesi”. Vero è che cugini di mio padre erano i due Spaventa; ma con l'uno di essi, Bertrando, già sacerdote e che mia nonna e la mia zia paterna ricordavano non senza scandalo di avere udito a celebrar messa in casa nostra, le relazioni erano quasi affatto cessate; e, quando alcuni anni dopo io mi accingevo a frequentare 1' Università, mia madre mi chiamò in disparte e mi raccomandò di guardarmi dall'ascoltare le lezioni dello Spaventa, temendo che mi avessero a strappare dal petto i principi della religione. Ed io mancai all'obbedienza, ed ascoltai qualche innocua lezione di logica formale dello Spaventa, ma senza osare darmi a conoscere; ed egli morì proprio in quei giorni, e non seppe mai che tra la folla degli uditori era confuso un suo nipote.

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Anche con Silvio c'era freddezza, ferito mio padre da qualche atteggiamento altezzoso o da qualche detto mordace del cugino, che considerava con superiorità il cugino tutto preso dalla passione per la terra e sordo alla politica.

Questo, per dir così, ambiente politico che mi fece difetto in famiglia, mi mancò altresì nel collegio, dove entrai a poco più di nove anni, e che era un collegio cattolico, non gesuitico in verità, anzi di onesta educazione morale e religiosa, senza superstizioni e senza fanatismi, ma, insomma, collegio di preti, con molta clientela aristocratica borbonizzante, e che mostrava l'estremo di sua possa verso l'italianità quando rievocava gl’ideali del neoguelfismo, carezzati in gioventù da taluno di quei sacerdoti direttori. Nel 1876, nel primo anno della mia dimora in esso, vi si celebrò con un'accademia il centenario di Legnano; e quasi sempre in quelle accademie e nelle solenni premiazioni interveniva un gran superstite del neoguelfismo, l'abate Tosti, che ebbe ad appuntare

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più di una medaglietta alla mia giubba di collegiale. Le rivoluzioni, le cospirazioni, il quarantotto, il cinquantanove e il sessanta, Cavour, Mazzini e Garibaldi, conobbi, si e no, di solo nome, in tutto il tempo che stetti in quel collegio; e la loro realtà storica e il loro significato ideale furono una scoperta, che feci poi da me, e solo al limitare della giovinezza.

A queste circostanze della mia fanciullezza attribuisco, almeno in parte, il relativo ritardo dello svolgersi in me dei sentimenti e dell'ideologia politica; soverchiati per lungo tratto dall'interessamento letterario - erudito. Ma poiché ogni difetto porta con sé un qualche compenso, assegno altresì ad esse la critica che ho sempre esercitata verso le tendenziose leggende politiche, il fastidio per la rettorica liberalesca e la nausea per la grandiosità di parole e per gli apparati di qualsiasi sorta, con la congiunta stima per quel che si fa di utile e di sodo, da qualunque parte venga.

Negli anni del collegio, oltre il già detto

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gusto per le lettere e per la storia, ebbi fuggevoli impeti di ascetismo o piuttosto brevi propositi di vita devota, e qualche tormento per non riuscire a mettere in piena pratica le massime religiose, in particolare quella che mi comandava di “amare” Dio, e non solamente di temerlo, perché io lo temevo bensì nelle terrificanti dipinture delle pene dell'inferno, ma non ne abbracciavo l'immagine amabile, troppo astratta. Delle confessioni che, secondo la regola del collegio, ero tenuto a fare ogni settimana (il sabato) non mi è rimasto altro ricordo che di un penoso studio di esattezza, onde ero indotto perfino a segnare sopra un pezzetto di carta i miei “peccati” della settimana; e, una sola volta, di un sincero atto di contrizione, alla notizia, non so se vera o falsa, che udii delle tristi condizioni in cui era caduto un povero prete, nostro “prefetto”, che, per una ribellione non senza ragazzesca perfidia concertata tra noi compagni, era stato congedato dal direttore.

Nella scuola ero sempre tra i più bravi:

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avendo letto molto già prima di entrare in collegio, non mai commettevo quegli errori di ortografia che di continuo erano notati nei quaderni dei miei compagni; non dovevo stentare per comprendere e tenere a mente le cose che diceva i1 maestro, e raccolsi facili trionfi; e poiché, per un certo spirito baldanzoso, fui più volte in fama di indisciplinato, i miei superiori nei loro rimproveri usavano mettere a contrasto la mia condotta in “classe” con la condotta in “camerata”. Ma nelle baruffe di collegio feci anche l'esperienza che gli altri vanno rispettati, e che in ogni caso hanno unghie per difendersi; e ripensando a questo e ai fanciulleschi sentimenti di fedeltà e di onore che si formano nel vivere in compagnia con coetanei di varia indole, non ho potuto mai unirmi al biasimo che si suol dare comunemente all'educazione di collegio e alla preferenza che sopra essa si accorda a quella di famiglia.

Frequentai il corso liceale come alunno esterno delle scuole del collegio; e in quel

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tempo ebbe inizio la mia crisi religiosa, che tenni accuratamente celata in famiglia, e anche agli amici, come infermità vergognosa. Quella crisi fu provocata non da letture empie, non da insinuazioni maligne, come i devoti sogliono figurarsi e dire, non da parole di filosofi come lo Spaventa, ma dal direttore stesso del collegio, pio sacerdote e dotto teologo, il quale si accinse poco accortamente a somministrare a noi licealisti, per raffermarci nella fede, alcune lezioni di “filosofia”(come le intitolava) “della religione”: lievito gettato nel mio intelletto, sin allora inerte innanzi a quei problemi. Molta tristezza e vive ansie provai per quel vacillare della fede: cercai, come infermo la medicina, libri di apologetica, che mi lasciarono freddo; qualche balsamo mi venne talora dalle parole di animi sinceramente religiosi, come dalla lettura  delle Mie prigioni del Pellico, le cui pagine talvolta, in certi rapimenti di gioia, baciai per gratitudine; e poi ... Poi mi distrassi, preso dalla vita, senza più interrogarmi

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se fossi o no credente, continuando anche per abito o per convenienze esteriori alcune pratiche religiose; finché, a poco a poco, smisi anche queste, e un giorno mi avvidi e dissi chiaro a me stesso che ero fuori affatto delle credenze religiose. Nella seconda e terza classe liceale provai anche le prime soddisfazioni della vanità letteraria, perché, amante com'ero dei libri e già raccoglitore di quelli vecchi e rari, passavo per erudito; e, lettore di giornali letterari, e soprattutto del Fanfulla della domenica del Martini (che fu allora cosa assai nuova e benefica in Italia), introducevo nei miei componimenti lo stile disinvolto di quei giornali, più adatto alla mia indole di quello poetico o enfatico, che non ho mai né allora né poi pur tentato. E quantunque avvertissi in me una certa secchezza e povertà di espressione, e invidiassi altri miei compagni pel loro stile abbondante, quella secchezza, ora che ci ripenso, non forniva cattivo indizio, accompagnata com'era da un certa virtù logica e da una cura di sincerità, che m'impediva di sforzare

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me stesso. Scrivevo talvolta “bozzetti”, secondo la moda di quel tempo, ed invettive satiriche; ma più spesso saggi critici, dei quali alcuni stampai in un giornale letterario nel 1882, e ho poi ristampati in un opuscoletto di poche copie, col titolo Il primo passo. Lessi e rilessi in quel tempo i volumi del De Sanctis e del Carducci ; ma, se dal De Sanctis appresi alcune idee direttive pel giudizio letterario, poco allora mi fermò la sua temperata e squisita disposizione morale, e più assai invece mi attrassero gli atteggiamenti violenti e battaglieri del Carducci. E questi anzi procuravo allora d'imitare in certi disdegni pel costume frivolo e molle della buona società (al qual disdegno offrivano facile bersaglio quelli tra i miei compagni di scuola che appartenevano al bel mondo di Napoli), e in certo ideale di lotta civile, che rimaneva per altro in me assai superficiale e scarso di serietà etica.

Una brusca interruzione e un profondo sconvolgimento sofferse la mia vita familiare

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per il terremoto di Casamicciola del 1883, nel quale io perdetti i miei genitori e la mia unica sorella, e rimasi io stesso sepolto per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo. Guarito alla meglio, mi recai insieme con mio fratello a Roma, in casa di Silvio Spaventa, che aveva accettato di diventare nostro tutore: atto del quale solo più tardi potei intendere il valore, perché lo Spaventa, sebbene tutto immerso nella politica, sebbene non fosse stato in relazioni cordiali con mio padre negli ultimi tempi, sentì il dovere di prendere come in protezione i due giovinetti superstiti di una famiglia, presso la

quale egli stesso, giovinetto, era stato circondato di cure affettuose.

In Roma, rimasi dapprima quasi trasognato, in mezzo a una società così diversa da quella che fin allora mi attorniava, in casa di un uomo politico autorevolissimo, tra deputati e professori e giornalisti che la frequentavano, tra dispute di politica, di diritto, di scienza, e con le prossime ripercussioni

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dei dibattiti e dei contrasti del Parlamento (la casa stessa era situata in via della Missione, accanto al palazzo di Montecitorio). Ed io non ero preparato ad accogliere in me quella nuova forma di vita; né la politica di quegli anni (gli anni del Depretis, il 1884 e l885), e il sarcasmo ond’era perseguitata e vituperata dallo Spaventa e dai suoi amici e frequentatori, potevano rincorarmi di fiducia ed accendermi d'entusiasmo, e levarmi in qualche modo dall’avvilimento nel quale ero caduto. Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito,

lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl'incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m'inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane. Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte

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la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio. Non ebbi amici, non partecipai a svaghi di sorta; non vidi nemmeno una sola volta Roma di sera. Mi recavo all'università per il corso di giurisprudenza, ma senza interessamento, senza essere nemmeno scolaro diligente, senza presentarmi agli esami. Più volentieri mi chiudevo nelle biblioteche, particolarmente nella Casanatense, allora servita ancora da monaci domenicani e coi banchi provvisti di calamai dal grosso stoppaccio, di polverini dalla sabbia dorata e di penne d'oca; e vi facevo ricerche in vecchi libri su temi scelti da me e con metodo e preparazione che andavo formando da me, tra incertezze e sbagli e difetti ed eccessi. Mi sottomisi anche a molteplici studi di cultura, ma iniziando e tralasciando e ripigliando, disordinatamente, non tanto per impeto di forza che mi sbalestrasse or di qua e or di là, quanto perché non conoscevo l'arte dello studiare e non avevo né

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la docilità dello scolaro né la sicura e vigorosa passione dell'autodidatta.

Nel secondo anno della mia dimora in Roma, mi risolsi ad ascoltare le lezioni di filosofia morale di Antonio Labriola, che già mi era familiare come frequentatore assiduo della casa dello Spaventa, e che grandemente ammiravo nelle conversazioni serali, scoppiettante di brio e di frizzi e riboccante di fresca dottrina. E quelle lezioni vennero incontro inaspettatamente al mio angoscioso bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri avendo perso la guida della dottrina religiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie, materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni, scorgendovi chiaramente la sostanziale negazione della moralità stessa, risoluta in egoismo più o meno larvato. L'etica herbartiana del Labriola valse a restaurare nel mio animo la maestà dell'ideale, del dover essere contrapposto all'essere, e misterioso in quel suo contrapporsi, ma per ciò stesso

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assoluto e intransigente. Le lezioni del Labriola solevo riassumere in pochi punti che fissavo sulla carta e che rimuginavo in mente al mattino nel destarmi; e fu anche allora il tempo che più mi travagliai intorno ai concetti del piacere e del dovere, della purità e dell'impurità, delle azioni mosse da attrattiva per la pura idea morale e di quelle che riuscivano ad apparenti effetti morali per associazioni psichiche, per abiti, per impulsi passionali. Di questi contrasti facevo come l'esperimento sopra me stesso con l'osservarmi e rimproverarmi; e tutti quei pensieri di allora passarono, tanti anni di poi, in chiarificata forma teorica nella mia Filosofia della pratica, la quale, per questi ricordi che vi si legano, ritiene ai miei occhi un aspetto quasi autobiografico, che è affatto celato al lettore dalla forma didascalica dell'esposizione.

Pure se dovessi dire qual era il disegno di vita che in quel tempo mi si era formato in mente, non potrei non chiamarlo pessimistico: consistendo da una parte nel lavoro

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letterario ed erudito, compiuto per vaghezza naturale e per far qualcosa al mondo; e dall'altra, nell'adempimento dei doveri morali, concepiti soprattutto come doveri di compassione. Nel che c’era dello spirito cristiano, particolarmente in una sorta di paura del godere e della felicità, quasi colpe che aspettino castigo o che convenga farsi perdonare, e c' era, come più tardi intesi, dell'egoismo, perché la vera e alta compassione e benevolenza è quella che si pratica col mettere in armonia tutto sé stesso coi fini della realtà e col costringere anche gli altri a moversi verso questi fini, e il buon cuore si fa veramente e seriamente buono con la sempre più larga e profonda intelligenza delle cose. Ma quel gramo ideale rispondeva alle mie condizioni d'animo allora assai depresse. Pur filosofando, e per aiuto al mio intelletto leggendo alcuni libri di filosofia, io non pensai mai allora che tale spontaneo avviamento del mio spirito potesse segnare un cammino nel quale avrei speso le mie maggiori fatiche e provato le migliori gioie e il più alto conforto,

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e ritrovato come la mia vocazione: filosofavo, spinto dal bisogno di soffrir meno e di dare qualche assetto alla mia vita morale e mentale. Alcuni scritterelli di quegli anni, che ho raccolti in un altro opuscolo di occasione col titolo Iuvenilia, mi mostrano in quella discorde fisonomia di erudito aneddotista, letterato ed involontario filosofante.

E non solo non acquistai coscienza della mia vocazione filosofica, ma quasi si offuscò il barlume che pur talvolta me ne traluceva, tornato che fui a Napoli nel 1886; quando la mia vita si fece più ordinata, il mio animo più sereno e talvolta quasi soddisfatto: ma ciò accadde perché, lasciata la politicante società  romana, acre di passioni, entrai in una società tutta composta di bibliotecari, archivisti, eruditi, curiosi, e altra onesta e buona e mite gente, uomini vecchi o maturi i più, che non avevano l'abito del troppo pensare, e ai quali io mi  assuefeci, e quasi mi adeguai, almeno nell'estrinseco. Per alcuni anni si può dire che in

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certo modo attuassi il disegno che avevo formato in Roma, vivendo tutto dedito a indagini erudite, viaggiando anche in Germania, in Ispagna, in Francia, in Inghilterra, ma sempre da erudito e da letterato, e adempiendo ai doveri sociali, come allora li intendevo, assai pigramente. Della mia azienda domestica presi cura per qualche anno, ma senza l'amore e l'intelligenza che vi metteva mio padre, e cercando di regolarla in modo da averne le minori noie. La politica del mio paese mi stava innanzi come spettacolo al quale non mai mi proposi di partecipare con l'azione, e pochissimo vi partecipavo col sentimento e col giudizio. Un certo interessamento mi moveva per quella che allora si chiamava la “questione sociale”; ma anch'essa mi si presentava come problema astrattamente morale. Le speculazioni filosofiche della mia adolescenza erano ricacciate in un cantuccio dell'animo, da cui di tanto in tanto mandavano voci di rimprovero e di richiamo a vita più severa; e, per sentimento cavalleresco verso di esse,

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ne difendevo il diritto ogni qual volta (e accadeva di frequente) le udivo volgere in beffa dai miei nuovi amici di Napoli. Mi provavo a leggere, in certi ritorni su me stesso, qualche libro di filosofia (quasi sempre tedesco, perché la fede nel “libro tedesco” mi era stata inculcata dallo Spaventa e rafforzata dal Labriola), ma non l’intendevo bene e mi scoraggiavo, persuaso che il non intendere fosse sempre mio difetto e non mai intrinseca inintelligibilità e artificiosità di quei sistemi. Altresì rispettavo allora assai i “professori di filosofia”, persuaso anche per questa parte che essi, come specialisti, dovessero possedere quella scienza astrusa, del cui velario io appena avevo sollevato a fatica qualche lembo, e ignaro che alcuni anni dopo avrei dovuto con stupore e irritazione avvedermi che i più di coloro non possedevano nulla, nemmeno quel pochissimo che io, per semplice buona volontà d'intendere, ero riuscito ad acquistare. Con lieto balzo dell'animo e dell'intelletto rivedevo il Labriola a Roma, o quando egli capitava a Napoli; e bevevo avidamente le

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sue parole, e le estendevo e le approfondivo per mio conto, e ne traevo profitto per le cose mie. Ma, insomma, salvo questo nascosto ribollimento e qualche bollicina che ne giungeva ad ora ad ora alla superficie, io per sei anni, dall’86 al '92, fui tutto versato nell'esterno, cioè nelle ricerche di erudizione; e allora, tra l’altro, composi molte delle narrazioni raccolte poi nel volume sulla Rivoluzione napoletana del 1799; la mia cronistoria dei Teatri di Napoli dalla Rinascenza sino alla fine del Settecento; i frammenti di un libro sul Settecento in Napoli, che si possono vedere nei miei Profili e aneddoti settecenteschi, alcuni dei saggi riuniti nel volume sulla Letteratura del Seicento, e altri scritti che formeranno una serie di Curiosità storiche; e iniziai a mie spese la pubblicazione di una Biblioteca letteraria napoletana, e, con alcuni amici, la rivista di topografia e di storia dell'arte, la Napoli nobilissima, dove comparvero parecchie delle mie Storie e leggende napoletane. Dei quali lavori, guardandoli non già in quel tanto che pure contribuirono

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all’accrescimento del sapere negli angusti campi nei quali si aggirarono, ma solamente rispetto a me stesso e alla mia vita spirituale, io ora scorgo alcuni aspetti positivi; e in primo luogo, nel compiacimento onde rievocavo quelle immagini del passato, uno sfogo alla giovanile fantasia, bramosa di sogni e di esercitazioni letterarie; e, in secondo luogo, nelle assidue e faticose ricerche, una formale disciplina che mi venivo dando alla laboriosità in servizio della scienza: il che era chiaro anche nello zelo con cui collaboravo all'Archivio storico e alla Napoli nobilissima, e disegnavo collezioni ed edizioni di autori.

Di gran lunga più efficace fu pel mio svolgimento spirituale l'aspetto negativo di quei lavori, perché debbo ad essi, alla foga con la quale in quegli anni mi buttai su aneddoti e curiosità ed erudizioni, alla sazietà che mi procurarono e al disgusto lasciatomi da quella sazietà, se in me prese vigore il  sentimento, rincantucciato ma non ispento nell'animo, che la scienza dovesse aver forma e valore ben diverso da

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quelle estrinseche esercitazioni erudite e letterarie, e che nisi utile est quod facimus, stulta est gloria. Proprio quando io ebbi messo fuori i più cospicui dei lavori ricordati or ora, e facevo il mio pubblico ingresso nel mondo letterario, e ricevevo da più parti congratulazioni, lodi e incoraggiamenti, e mi vedevo già collocato tra le “speranze” dei buoni studi italiani, proprio allora il fastidio e l'intimo distacco da quei “buoni studi”  raggiungevano in me il grado più intenso, così intenso da toccare l'ingiustizia verso di essi e verso me medesimo.

E mi parve di avere con la stampa di quei lavori chiuso un periodo della mia vita, e di dovere ormai far qualcosa di più serio e di più “intimo”, come allora dicevo; e, poiché non avevo ritrovato ancora la cagione vera ed ultima del mio scontento, mi misi a vagheggiare questa serietà e intimità in un nuovo lavoro, che sarebbe dovuto uscire dal ristretto e pettegolo circolo della storia municipale e innalzarsi alla storia

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nazionale; e questa medesima pensavo di trattare non come storia politica, ma come storia morale, secondo che anche dicevo allora, e volevo intendere non come cronaca di avvenimenti, ma come storia dei sentimenti, e della vita spirituale d'Italia dalla Rinascenza in poi. E, giudicando che questa storia non sarebbe stata fattibile senza una particolare conoscenza delle relazioni tra la civiltà italiana e i popoli stranieri e senza la indagine dei loro reciproci “influssi”, quasi parte e preparazione del lavoro più generale mi accinsi a investigare l'influsso della Spagna nella vita italiana, con pazienti ricerche nei documenti dell'una e dell'altra letteratura e con la perizia che ormai possedevo a frugare in manoscritti e libri più o meno reconditi. Al tempo stesso riconobbi i vuoti della mia cultura storica e letteraria, e volli provvedere a colmarli; ma, avendo eseguito questa ricognizione in modo materiale e meccanico, e adoperandomi nel modo stesso a colmare quei vuoti, presto mi stancai

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d’imparare, con fatica e senza costrutto, notizie sconnesse e inanimate.

La natura fu anche in questo caso migliore medicatrice che non l'arte medica, e senza avvedermene, nel procurar di districarmi dai dubbi nei quali m'impigliavo circa il metodo da seguire nel lavoro prescelto e negli studi storici in genere, mi trovai via via condotto al problema della natura della storia e della scienza; e lessi perciò molti libri italiani e tedeschi sulla filosofia e sulla metodica della storia, e anche, per la prima volta, la Scienza nuova. E poiché, dopo la lettura del De Sanctis, fatta sui banchi del liceo, e i tentativi di studiare l'estetica tedesca, fatti allorché nell'università seguivo i corsi di etica del Labriola, le meditazioni su tale argomento non mi si erano mai dipartite del tutto dalla mente, mi fu agevole ricongiungere il problema della storia al problema dell'arte.

Così, dopo lunghe titubanze e una serie di soluzioni provvisorie, nel febbraio o marzo del 1893, meditando intensamente un giorno

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intero, alla sera abbozzai una memoria col titolo: La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, che fu come una rivelazione di me a me stesso, perché non solo mi di la gioia di vedere chiaramente certi concetti di solito confusi e l'origine logica di molteplici indirizzi erronei, ma mi meravigliò per la facilità e il calore col quale la scrissi, come cosa che mi stava a cuore e mi usciva dal cuore, e non come più o meno frivola e indifferente scrittura di erudizione. Anche l'importanza che fu data dai critici alla detta memoria, paradossale in apparenza e in effetto assai ardita in quei tempi di positivismo, e le discussioni che essa levò e nelle quali mi sentii più volte agevolmente superiore agli avversari, valsero a rinfrancarmi. Pure nemmeno allora considerai le speculazioni filosofiche come una via che mi si aprisse innanzi; sicché, dato che ebbi un certo ordine ai miei concetti logici e metodologici, per allora m'immersi di nuovo nelle ricerche per la storia disegnata, e spesi quasi tutto il 1893 e il 1894 nelle indagini

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delle relazioni ispano-italiane, oltreché nella collaborazione alla Napoli nobilissima e ad altre riviste di quel genere, mettendo fuori non poche memorie e note di preparazione e di saggio del libro che avevo in pensiero. E solamente per un'altra di quelle spinte improvvise e irresistibili, di quelle accensioni involontarie, quasi a dar forma più ampia e precisa a una discussione che avevo avuta durante la villeggiatura con un amico professore di filologia, scrissi sul finire del '94, rapidamente, in un paio di settimane, un libricciuolo polemico sul metodo della Critica letteraria e sulle condizioni di essa in Italia, che mise a rumore quel piccolo mondo e mi cacciò in molte brighe, le quali durarono parecchi mesi.

Ricordo ancora la meraviglia del vecchio erudito napoletano, don Bartolommeo Capasso, quando udì tanto clamore mosso dal pacifico ospite dell'Archivio di Stato, e il sorriso con cui mi chiamava “un Garibaldi della critica”. Ma anche quel libricciuolo doveva essere nella mia intenzione

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un mezzo per definire a me stesso la metodica della storiografia letteraria, come già avevo fatto per la storia in genere: un atto insomma di liberazione personale, e non l'inizio di una professione di filosofo dell'arte: tanto che, non ancora sedate le polemiche, già io ero tornato alle indagini ispano-italiane, e, compiutele alla meglio per tutto il periodo medievale e della Rinascenza, tentavo il vasto pelago del Seicento.

Senonchè avevo appena ripigliato il filo del mio lavoro, quando il Labriola m'inviò da Roma, nell'aprile del '95, perché lo leggessi e cercassi di farglielo stampare, il primo dei suoi saggi sulla concezione materialistica della storia, quello sul Manifesto dei comunisti; che io lessi e rilessi, e mi sentii di nuovo tutta accendere la mente, e non potei più distogliermi da quei pensieri e problemi, che si radicavano e allargavano nel mio spirito. Rimasero dunque sospese, e quasi abbandonate, le ricerche sulla Spagna nella vita italiana; e mi detti per più mesi con ardore indicibile agli studi, fin allora a me ignoti,

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della Economia. Senza troppo impacciarmi di manuali e libri di divulgazione, studiai i principali classici di quella scienza e scorsi tutto ciò che vi ha di non volgare nella letteratura socialistica; e , sempre volto a impadronirmi dei punti essenziali e a chiarire le questioni più difficili, mi trovai in breve tempo affatto orientato, con meraviglia del Labriola, che mi fece ben presto confidente dei suoi dubbi e dei suoi tentativi di più esatto teorizzamento delle concezioni socialistiche.

Né minore fu la meraviglia, anzi lo stupore, di qualche mio amico, economista di professione, che nelle conversazioni con me si trovò più volte in impaccio, perché io avevo ben fermi i concetti fondamentali e tiravo le conseguenze a fil di logica e con logica intransigenza, laddove egli conosceva assai più cose di me, ma non le possedeva saldamente congiunte. E gli studi di economia, che nel marxismo facevano tutt'uno con la concezione generale della realtà ossia con la filosofia, mi dettero occasione

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di tornare sui problemi filosofici, e particolarmente su quelli di etica e di logica, ma anche in genere sulla concezione dello spirito e dei vari modi del suo operare. Meditazioni tutte che, come gli studi economici, avevano sempre per fine ultimo la Storia, alla quale per qualche tempo disegnai di far ritorno, armato di economia e di materialismo storico; e già avevo tirato le prime linee di una siffatta storia per l'Italia meridionale e m'ero messo a spogliare a tal fine cartulari e codici diplomatici. Ma quella pratica con la letteratura marxistica, e il seguire che feci per qualche tempo con teso animo le riviste e i giornali socialistici tedeschi e italiani, mi scossero tutto e suscitarono in me per la prima volta un sembiante di appassionamento politico, dandomi uno strano sapore di nuovo, come a chi per la prima volta osservi in sé medesimo il misterioso processo della nuova passione. A quel fuoco bruciai altresì il mio astratto moralismo, e appresi che il corso della storia

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aveva diritto di trascinare e schiacciare gli individui. Non preparato nell’ambiente familiare a fanatismo, e nemmeno a simpatie, pel liberalismo corrente e convenzionale della politica italiana; non edificato sul conto di esso per quel che ne avevo udito giudicare e satireggiare e vituperare in casa dello Spaventa; mi parve di respirare fede e speranza alla visione della palingenesi del genere umano, redento dal lavoro e nel lavoro.

Ma quell’appassionamento politico e quella fede non durarono: corrosa la fede dalla critica che venni facendo dei concetti del marxismo, critica tanto più grave in quanto voleva essere una difesa e una rettificazione, e che si manifestò in una serie di saggi composti tra il 1895 e il 1900, raccolti poi nel volume Materialismo storico ed economia marxistica; scemato I'appassionamento, perché natura tamen usque recurrit, e la mia vera natura era quella dell'uomo di studio e di pensiero.

Del tumulto di quegli anni mi rimase come buon frutto l'accresciuta esperienza dei

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problemi umani e il rinvigorito spirito filosofico. La filosofia ebbe da allora parte sempre più larga nei miei studi, anche perché in quel frattempo, distaccatomi alquanto intellettualmente dal Labriola che non sapeva perdonarmi certe conclusioni che io traevo dalle sue premesse, cominciò la mia corrispondenza e la mia collaborazione col Gentile, che conobbi giovanissimo, ancora studente della università di Pisa, e che aveva pubblicato recensioni dei miei lavori intorno alla teoria della storia e al marxismo, e a me si era rivolto per la ristampa degli scritti di Bertrando Spaventa. Col Gentile, oltre alcune affinità pratiche, mi stringevano affinità di svolgimento mentale e di cultura, perché anch'esso si era dapprima provato negli studi letterari come scolaro del D'Ancona e si era addestrato nelle indagini filologiche, e, come me, prendeva e prende sempre singolar piacere in quel genere di lavoro, che richiama la mente al determinato e al concreto e che non è lavoro che possa affidarsi ai “carrettieri” (come dicono i tedeschi),

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ma che ogni studioso valido deve saper compiere da sé, pei propri bisogni e secondo i propri fini. Così, con animo ampliato e con compagnia intellettuale assai migliore di quella che mi era toccata in giovinezza a Napoli, si rinnovò in me il bisogno di dare forma, prima d'imprendere altri particolari lavori, alle vecchie mie meditazioni sull'arte, che  fra tante interruzioni e distrazioni mi avevano pur accompagnato costantemente già dagli anni del liceo in cui leggevo le pagine del De Sanctis, e che nel corso dei miei più recenti studi avevano perso il loro carattere isolato e monografico, entrando in relazione con gli altri problemi dello spirito. Mi sembrava che, mettendo in iscritto ciò che avevo in capo, mi sarei alleggerito di un peso, del quale non potevo in niun modo liberarmi col dimenticarlo. Ed ardii formare il proposito di comporre una Estetica e una storia dell'Estetica, per la prima delle quali mi andavo immaginando di avere in pronto tutte o quasi le dottrine da esporre. Questo proposito formai nell'autunno

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del '98, ma lo dovei differire all'estate seguente per alcuni strascichi di lavori economici e storici, e anche per le pubblicazioni che diressi e curai pel centenario, celebrato in Napoli, della Repubblica napoletana del 1799.

Ma quando mi accinsi all'opera, e cominciai a raccogliere i miei sparsi concetti, mi ritrovai ignorantissimo: le lacune si moltiplicarono al mio sguardo; quelle stesse cose, che credevo tener ben ferme, ondeggiarono e si confusero; problemi non sospettati si fecero innanzi chiedendo risposta; e per cinque mesi quasi non lessi nulla, passeggiai per lunghe ore, passai mezze giornate e giornate intere sdraiato sul sofà, frugando assiduamente in me stesso, e segnando sulla carta appunti e pensieri dei quali l'uno criticava l'altro. Più ancora crebbe questo tormento, quando nel novembre mi provai a stendere in una concisa memoria le tesi fondamentali dell'Estetica, perché, per una decina di volte almeno, portato innanzi il lavoro sino a questo o a quel punto, mi

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avvedevo di un passaggio da compiere, logicamente non al tutto giustificato, e mi rifacevo da capo per iscoprire nei principi l'oscurità o l'errore che mi aveva condotto a quel mal passo; e, rettificato l'errore, mi rimettevo in via, e più in là intoppavo di nuovo in alcunché di simile. Solo dopo altri sei o sette mesi potei mandare in tipografia quella memoria nella forma in cui si trova stampata, col titolo di Tesi fondamentali di un’Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, arida ed astrusa, ma dalla quale, compiuta che l'ebbi, uscii non solo affatto orientalo sui problemi dello spirito, ma di più con l’intelligenza sveglia e sicura di quasi tutti i principali problemi sui quali si sono travagliati i classici filosofi: intelligenza che non si acquista con la semplice lettura dei loro libri, ma col ripetere in sé medesimi, sotto lo stimolo della vita, il loro dramma mentale.

All’abbozzo della parte teorica sarebbe dovuta seguire la parte storica del libro; ma,dopo essermi riposato alquanto in altre

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letture e lavori, al ritorno dalla villeggiatura, quando stavo per raccogliermi in quella storia, accadde che fu sciolta, nel novembre del 1900, in conseguenza di uno scandaloso processo, e sottoposta ad inchiesta, la rappresentanza comunale di Napoli, e affidata l’amministrazione a un commissario straordinario. Invitato, non potei sottrarmi al dovere di coadiuvare quel commissario, prendendo a reggere l’amministrazione delle scuole elementari e medie del Comune, e passando l'intera giornata in ufficio dalle otto del mattino alle otto della sera. Anche negli anni precedenti avevo assunto incarichi amministrativi di pubblici istituti, mosso dal medesimo sentimento; ma, quantunque li adempiessi con iscrupolo, né allora né poi ho ritrovato in tale sorta di lavoro quella soddisfazione che nasce dal fare qualcosa con la piena adesione dell'animo, con la persuasione di saperla fare bene e di mettervi il meglio delle proprie forze. Onde non solo non li ho mai sollecitati, ma non li ho accettati se non quando non ho trovato altri,

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volenterosi al pari di me e di me più adatti, che volessero assumerli: e questa è stata, ed è, mia norma costante. Dopo sei mesi, esonerato da quell'incarico, ripigliai e condussi a termine nel settembre il volume di teoria e storia dell’Estetica, che nel novembre fu inviato in tipografia e venne alla luce nell'aprile del 1902.

Nel rileggere le prove di stampa di quel volume, mi si fecero evidenti due cose: prima, che non potevo lasciarlo così solo, senza svolgimenti particolari, applicazioni, esemplificazioni e relative discussioni e polemiche; seconda, che quel libro, nel quale mi pareva di avere vuotato il mio cervello di tutta la filosofia accumulatavi, me l’aveva invece riempito di nuova filosofia, cioè di dubbi e di problemi , specialmente intorno alle altre forme dello spirito delle quali avevo tracciato le teorie in relazione con l’Estetica, e intorno alla concezione generale della realtà. Deliberai dunque di considerare quel libro come una sorta di programma o di abbozzo da compiersi, per una parte, mercé

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la pubblicazione di una rivista, e per l’altra con una serie di volumi, teorici e storici, che determinassero più particolarmente il mio pensiero filosofico. E già più volte con l’amico Gentile si era discorso dell'opportunità di una nuova rivista, che avesse un preciso indirizzo ideale; e io avevo rinviato la cosa al tempo in cui mi sarebbe stato permesso di disporre delle mie forze, allora impegnate nel preparare l’Estetica. Nell'estate del 1902 mi parve che quel tempo fosse venuto,e disegnai la Critica, rivista di storia, e letteratura e filosofia, nel cui programma esposi con nettezza gl'indirizzi che ci saremmo adoperati a difendere e a promuovere e quelli che avremmo avversati. E affinché la rivista non si restringesse a una monotona sequela di severe recensioni, e d'altro canto non si disperdesse in argomenti svariati e saltuari, stabilii di rivolgerne gli articoli alla illustrazione della vita intellettuale italiana dell’ultimo cinquantennio, ossia dalla formazione del nuovo Stato italiano, della nuova Italia, pensando altresì che questa materia

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prossima, col suscitare più vivace attenzione, sarebbe servita da ottimo “testo di prediche”, ossia di dilucidazioni teoriche; e assegnai al Gentile la storia della filosofia italiana di quel periodo, e tolsi per me la storia della letteratura. Veramente, ciò feci con non poca perplessità, sia per aver io seguito fin allora quella recente letteratura da semplice lettore e curioso, senza darmene gran pensiero, sia anche perché, e per natura d'ingegno e per essere allora tutto preso da problemi filosofici, temevo che sarei stato poco disposto all’esercizio vero e proprio della critica letteraria. Ma quella trattazione era pure indispensabile, e io non trovavo tra i miei amici alcuno che vi fosse adatto; onde cominciai a farla io, non senza timidezza e impaccio, come si vede dai primi saggi, confortandomi nel pensiero che, se non altro, avrei sgombrato il terreno da preconcetti, posti bene taluni problemi da risolvere e aperta la via a critici e storici migliori di me. E sebbene una certa fiducia mi nascesse di poi così dai consensi che incontravo come

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dall’esercizio stesso (che è creatore di attitudini), e soprattutto dallo scorgere che altri, rivaleggiando e aristarcheggiando, non riusciva a far meglio di me e solamente ostentava maggiore pompa di stile e maggiore copia di parole, quei saggi ritengono ancora oggi per me il precipuo valore di esemplificazioni di una dottrina estetica piuttosto che di un libro pensato col fine principale di penetrare nell’interno spirito della più recente letteratura. Se questo fosse stato il mio vero fine, li avrei atteggiati diversamente, come diversamente si atteggiano quelli di essi, o quelle parti di essi, che furono via via investiti da siffatto interesse più propriamente storico.

La fondazione della Critica (il cui programma fu divulgato nel novembre del 1902, e il primo fascicolo uscì il 20 gennaio dell'anno seguente) segna il cominciamento di un’epoca della mia vita, quella della maturità, ossia dell’accordo con me medesimo e con la realtà. Per lunghi anni, avevo quasi sempre sofferto di disarmonia tra ciò che

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facevo e ciò che, sia pure confusamente, sentivo che si doveva fare: di scissione tra l’uomo pratico e il teoretico, l'uno dei quali leggeva e scriveva e l'altro oziava o si procacciava soddisfazione in modi vari, disparati e occasionali; tra una sorta di studi, che non rappresentava l'utilità che potevo arrecare, e la voce del1a coscienza, che mi rimproverava e mi spronava ad altro segno. Ma, nel lavorare alla Critica, mi si formò la tranquilla coscienza di ritrovarmi al mio posto, di dare il meglio di me, e di compiere opera politica, di politica in senso lato: opera di studioso e di cittadino insieme, così da non arrossire del tutto, come più volte m’era accaduto in passato, innanzi a uomini politici e cittadini socialmente operosi. Non che io presumessi molto dell’opera mia; e se mi udii chiamare dopo alcuni anni e per alcuni anni maestro e guida spirituale dei giovani, ciò non fu senza mia meraviglia, commista talvolta di fastidio; ma ero soddisfatto di venire ormai spiegando tutte le forze che possedevo, grandi o piccole che fossero, tutte.

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L'ideale che vagheggiavo era tratto non già dalla mia persona, ma bene dalla mia varia esperienza, perché, avendo vissuto nel mondo accademico abbastanza da conoscerne virtù e difetti, e serbato insieme il sentimento della vita reale, e della letteratura e della scienza come nascenti da essa e rinnovellantisi in essa, indirizzavo le mie censure e le mie polemiche per una parte contro i dilettanti e i lavoratori antimetodici, per l’altra contro gli accademici adagiati in pregiudizi e ozianti nelle esteriorità dell'arte e della scienza.

La direzione e collaborazione alla Critica era un servigio che più direttamente rendevo alla cultura italiana; al qual fine potei negli anni seguenti concorrere altresì con pubblicazioni di raccolte o serie di volumi, tentate prima da solo con una collezione di Studi, dei quali uscirono due volumi, e poi in modo assai più largo ed efficace mercé l’ardita volontà di un giovane editore pugliese, il Laterza di Bari, che si era rivolto a me per consiglio. Nacque per tal modo

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nel 1906 la collezione dei Classici della filosofia moderna, ideata dal Gentile e curata da lui e da me, e più tardi quella degli Scrittori d'Italia, e altre minori; e molti volumi furono da me o per mio consiglio stampati o ristampati nella Biblioteca di cultura moderna, che il Laterza aveva già iniziata quando io lo conobbi; e in essi feci larga parte alle opere degli scrittori meridionali del periodo del Risorgimento e dei primi tempi dell’Unità, allora quasi ignoti. Ma, intanto, non perdevo di vista il mio lavoro più propriamente scientifico, lo svolgimento e compimento di quel complesso di pensieri implicito nell’Estetica, e che urgeva nel mio intelletto con le molteplici domande che mi aveva poste innanzi. Così, preparando com'è stato mio costante costume, quasi tutto il materiale della Critica per una o due e talvolta tre annate avanti, mi procuravo l’agio di attendere a quegli altri lavori, che a mio senso erano i principali; e potei dar fuori nel 1905 un primo disegno di Logica, nel 1906 il saggio sullo Hegel, nel 1907 l’abbozzo

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della mia Filosofia del diritto come Economica, nel  1908 la completa Filosofia della pratica, nel 1909 in forma sviluppata la Logica; ai quali volumi feci seguire nel 1910 i Problemi di Estetica, nel 1911 la monografia sul filosofo al quale mi legava maggiore affinità, sul Vico (preceduta e accompagnata da lavori filologici, bibliografici ed editoriali sul medesimo filosofo), nel 1912 le prime memorie sulla Teoria della storiografia, nel 1913 le altre sul medesimo argomento e il Breviario di Estetica. E testé, come naturale prosecuzione dei miei saggi sulla teoria della storia, ho menato a termine un’ampia storia della Storiografia italiana dai primi del secolo decimonono ai giorni nostri; che sarà via via pubblicata nella seconda serie, aperta quest’anno, della Critica. Ai quali lavori sono da aggiungere le molteplici monografie e saggi particolari e le numerose edizioni da me curate di testi e documenti, che tutte servirono e servono al fine principale dei miei studi.

Quest’opera degli ultimi dodici anni, che

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sono stati sinora i più fecondi della mia vita, deve rimanere qui appena adombrata, appunto perché è la uscita dalle angustie del periodo precedente, la soluzione dei miei contrasti interiori, il raggiungimento della calma, di quella calma che, in quanto tale, offre scarsa materia di racconto. E, col parlare di calma, non intendo godimento e riposo, ma fatica e lavoro armonico, concatenato, sicuro di sé; e non intendo nemmeno avere spezzato in due il processo dell’imparare e del produrre, come se prima avessi imparato ed ora semplicemente mettessi in opera l’imparato. Che anzi ciò che veramente mi parve di avere appreso nell’entrare in questo periodo è l’arte dell’imparare, senza più dissiparmi come innanzi mi accadeva, senza aggregare sterilmente cognizioni a cognizioni con metodo estrinseco: d’imparare, movendo da bisogni interiori, guidato da principi, consapevole delle difficoltà, paziente nell’attendere e lasciar maturare. Onde ho sperimentato in me stesso la falsità della dottrina pedagogica che confina l’educazione a una

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prima parte della vita (alla prefazione del libro), e la verità della dottrina contraria, che concepisce la vita intera come continua educazione, e il sapere come unità del sapere e dell’imparare. E quando si sa senza più poter imparare, quando si è educati senza possibilità di meglio educarsi, la vita si arresta e non si chiama più vita ma morte.

 

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III. - SVOLGIMENTO INTELLETTUALE.

 

 

Come ho accennato, sin da quando studiavo al liceo lessi le opere del De Sanctis, che mi colpirono vivamente e mi mossero perfino a esercitare nei componimenti che scrivevo per la scuola la critica letteraria. Ma se allora io avessi compreso a pieno il pensiero del De Sanctis, possedendolo nella sua idea fondamentale e in ogni particolare giudizio, con la congiunta e ricca esperienza che lo aveva dettato e solo poteva renderlo chiaro, sarei stato un mostro di natura, un ragazzo vecchio, o addirittura il De Sanctis medesimo, cangiato di vecchio in adolescente. La verità è, che del De Sanctis io coglievo appena qualche punto, e soprattutto,

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ma assai in grosso, questo concetto dominante: che l’arte non è lavoro di riflessione e di logica, né prodotto di artificio, ma è spontanea e pura forma fantastica. Le ragioni filosofiche di questo concetto, i suoi necessari complementi, la concezione generale alla quale si congiunge, le conseguenze che ne derivano pel giudizio e per l’azione, tutto ciò mi rimaneva oscuro e involuto, e solo a poco a poco sono andato poi svolgendolo e scorgendolo, né forse l’ho ancora svolto e visto in ogni parte.

C’è un modo semplicistico e falso d’immaginare la relazione d’un pensiero col suo antecedente, un modo che è in istretto legame con la concezione fallace dello svolgimento educativo; e consiste nel rappresentare quella relazione come se un ingegno, nei suoi anni giovanili, si venga rendendo esatto conto di quel che si è prodotto fino a lui, e, movendo poi da questo punto bene assodato, progredisca col criticare, rettificare ed aggiungere. Ma lo svolgimento effettivo accade in guisa affatto diversa, e,

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quasi si potrebbe dire, non coll’intendere ma col fraintendere, o non solo coll’intendere, ma anche col non intendere. Il progresso dello spirito si attua col risolvere problemi nuovi, diversi da quelli che occuparono i predecessori; e tra quei nuovi problemi è l’opera stessa dei predecessori, che dapprima sia innanzi al nuovo spirito come una “cosa in sé” cioè come nulla, e via via entra a far parte di esso come problema: sicché intendere il predecessore e progredire oltre di lui non sono due stadi distinti, ma uno stadio solo, non due ma un unico processo.

Il problema generale, al quale io ora mi avvedo di avere per lunghi anni lavorato, si potrebbe formolare come quello di accogliere e risolvere il pensiero del De Sanctis in una mente disposta in altro modo dalla sua, cioè intesa a determinare quanto in lui rimaneva d’indeterminato, a stringere in fascio con coerenza sistematica tutti i quesiti storicamente esistenti della filosofia, anche quelli formatisi dopo il De Sanctis; così da far sorgere una filosofia dove egli aveva dato

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semplici saggi critici e delineazioni di storia letteraria, e una critica e una storiografia nuove in più punti, e nuove nella loro fisonomia, come conseguenza di quell’approfondimento e sistemazione filosofica. E il mezzo per tale opera, o il lievito di questo fermento, doveva essere il pensamento completo e in tutte le sue relazioni di quel concetto dell’arte, che io avevo dapprima accolto isolato ed astratto e che doveva costituirsi, via via, corpo meno manchevole, e diversamente conformato rispetto a quello che aveva nel De Sanctis. Ma è superfluo dire che, per la nota unità di problema e soluzione, questo generale problema non esisteva per me in guisa consapevole e reale, nel mio affacciarmi alla vita del pensiero, e che esso è questa vita stessa, come realmente e particolarmente l’ho vissuta, fino al punto in cui è pervenuta a formolarsi a sé medesima come problema generale e generale soluzione.

Per codesta complicatezza e durezza dell’effettuale svolgimento, accadde che io,

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lettore amoroso del De Sanctis, il quale avrei dovuto sapere “per lo senno a mente”, che un’erudizione disgiunta dalla filosofia non è né critica né storia ma materiale incoerente (e forse ciò sapevo bensì “a mente”, ma non “per lo senno”, e dicevo altresì in astratte parole), mi venni a lungo avvolgendo nella erudizione senza filosofia e nella aneddotica. E mi vi compiacevo, sia per certe mie naturali tendenze di bibliofilo e di curioso, sia perché quella era la tendenza del tempo; e quella tendenza non solo seguii, ma esagerai e materializzai per la logica consequenzialità che era del mio temperamento mentale. Pure, se ciò non avessi fatto, non solo non avrei mai potuto intendere davvero, solidamente, il pensiero del De Sanctis (il superamento della mera erudizione), essendo questa intelligenza correlativa alla esperienza di ciò che viene superato e che bisogna prima aver vissuto in sé stessi; ma non sarei mai stato in grado di dare dipoi quella elaborata e particolare determinazione dei rapporti tra critica storica e critica estetica, e

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in genere tra erudizione e storia, che ho data, distinguendo, per esempio, l’erudizione dalla storia filologica, e la storia filologica da quella poetica, e tutte insieme dalla storia vera e propria, dalla storia storica. Quante volte, nello svelare le debolezze dell’eruditismo o filologismo, le sue interne contraddizioni, le sue comiche illusioni, mi son detto: Molti immagineranno che nel formare questo tipo psicologico, nello schizzare questa caricatura, io abbia preso la materia da questo o quello dei filologi che vengo criticando; ma la vera materia l’ho trovata in me stesso, il vero tipo sono io a me stesso, io che ricordo quel che credevo, o almeno che mi passava di fuga per la mente (fugato dal buon senso), quando lavoravo da mero erudito e da aneddotista.

Allo stesso modo accadde che, laddove nel De Sanctis avrei potuto trovare (come ve la trovo ora), una sana e semplice morale, austera senza esagerazioni, alta senza fanatismi, io per alcuni anni vagassi dapprima nella più pungente incertezza, e

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poi mi adagiassi per qualche tempo in una concezione che era inferiore a quella del De Sanctis, nello scolasticismo herbartiano, in cui l’ideale morale veniva bensì energicamente asserito, ma come cosa di altro mondo, come avente sotto di sé l’uomo, materia bruta, sulla quale segnava or sì or no, ora più spiccata ora meno, la propria stampa. Pure, quantunque io abbia di poi criticato codesta concezione, e l’abbia volta in satira, e anche in essa satireggiato me medesimo ossia il mio passato, sta di fatto che quel rigorismo e astrattismo era la via che dovevo necessariamente percorrere per intendere la concretezza morale e innalzarla a teoria filosofica. E quel rigorismo, che era insieme amore per l’acuta distinzione, come mi salvò dall’associazionismo e dal positivismo e dall’evoluzionismo, così del pari mi mise in guardia e m’impedì di cadere negli errori dello hegelismo ora naturalistico ora mistico, che, dialettizzando frettolosamente e spesso mitologicamente, cancellava o fiaccava le distinzioni stesse,

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le quali hanno e dànno vita al processo dialettico.

Né solo quella concezione platonico-scolastico-herbartiana mi protesse dal naturalismo e materialismo dominanti al tempo della mia giovinezza e mi armò pel futuro, ma, anche, essa mi rese del tutto invulnerabile alle insidie del sensualismo e decadentismo, che allora si iniziarono e presto trovarono una figura rappresentativa nel mio quasi coetaneo e corregionale, ma non correligionario, Gabriele D’Annunzio. Non rammento di aver mai, nemmeno per un istante, smarrito il discernimento tra raffinatezza sensuale e finezza spirituale, voli erotici ed elevatezza morale, falso eroismo e schietto dovere; e non mai, pure ammirando a luoghi l’arte del D’Annunzio, detti il più fuggevole e sentimentale assenso all’etica che egli suggeriva o addirittura predicava. Quello che si è scritto più volte da giovani critici circa le affinità o le analogie tra l’opera del D’Annunzio e la mia, è semplice parto d’immaginazione, e fa sospettare la

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mancanza nei critici del discernimento ora accennato, che in me è stato sempre nettissimo. Il D’Annunzio ed io siamo spiritualmente di diversa razza; né d’altra parte sarebbe stata agevole un’efficacia di lui sull’animo mio, perché i coetanei di solito non operano sui coetanei, ma sulla nuova generazione, e infatti il d’annunzianesimo propriamente detto è cosa della generazione che si formò dopo il 1890. La mia generazione, se mai, fu carducciana.

Altra immaginazione o falsa congettura devo dichiarare quella del mio “hegelismo”, quasi tradizione domestica a me trapassata dal mio zio del lato paterno, Bertrando Spaventa, famoso hegeliano. Ho già detto come con lo Spaventa la mia famiglia avesse lasciato cadere ogni relazione; ma anche quando, recatomi a Roma in casa del fratello Silvio, ebbi tra mano per la prima volta i libri di Bertrando Spaventa, e mi provai a leggerli, essi, nonché iniziarmi allo hegelismo, piuttosto me ne stornarono. Ed altresì allora io ascoltavo con grande fede

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le lezioni universitarie dello herbartiano ed antihegeliano Labriola, e bevevo avidamente le sue parole nelle conversazioni in casa dello Spaventa o per istrada, accompagnandolo all’uscire dall’università; e il Labriola, satirico e maldicente, non risparmiava frizzi al suo antico maestro e alla filosofia che questi aveva propugnata. Pure, quantunque l'autorità del Labriola avesse gran potere sopra me giovinetto, la ragione fondamentale della mia scarsa simpatia per gli scritti dello Spaventa era nella profonda diversità d'indole che da lui mi divideva. Perché lo Spaventa  proveniva dalla chiesa e dalla teologia; e problema sommo e quasi unico fu sempre per lui quello del rapporto tra l'Essere e il Conoscere, il problema della trascendenza e dell’immanenza, il problema più specialmente teologico-filosofico; laddove io, vinte le angosce sentimentali del distacco dalla religione, mi acquietai presto in una sorta di inconsapevole immanentismo, non interessandomi ad altro mondo che a quello in cui effettivamente vivevo, e non sentendo

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direttamente e in primo luogo il problema della trascendenza, e perciò non incontrando difficoltà nel concepire la relazione tra pensiero ed essere, perché  se mai, la difficoltà sarebbe stata per me il contrario: concepire un essere staccato dal pensiero o un pensiero staccato dall'essere. Ciò che veramente mi suscitava interessamento, e mi costringeva a filosofare per brama di luce, erano i problemi dell'arte, della vita morale, del diritto, e più tardi quelli della metodica storica, ossia del lavoro che mi proponevo di esercitare. A questo vivo bisogno nessun soddisfacimento trovavo negli scritti dello Spaventa, che mi respingevano altresì per la loro forma arida ed astratta, secca e travagliosa insieme, così diversa da quella del De Sanctis, semplice, popolare, tutta cose, sempre in vivace ricambio con la vita reale. Né pensavo allora a cercare lo Hegel nello Hegel, sia perché la mia scarsa preparazione filosofica non l'avrebbe forse consentito, sia anche per un terrore creatomi dalle pagine dello Spaventa: giacché

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(ragionavo io allora), se l’espositore e l’interprete è cosi oscuro, che cosa sarà mai il testo originale? E ci vollero anni d'esperienze per persuadermi che i commentatori e gli espositori sono per solito di gran lunga più oscuri dell’autore commentato. Si aggiunga che la filosofia hegeliana della storia turbava la mia pudicizia di erudito; sicché, quantunque con la teoria desanctisiana dell’arte avessi assorbito nel sangue molto buon idealismo vichiano ed hegeliano, io non mi rendevo conto di ciò, anzi mi sforzavo d’inquadrare quella teoria dell'arte nella filosofia herbartiana, incoraggiato dal Labriola, il quale mi aveva un giorno confessato, che gli herbartiani non erano cosi ben riusciti in estetica come gli idealisti, e mi consigliò poi alcuni libri di herbartiani eclettici, che tentavano sulla base dello herbartismo una conciliazione con l'estetica dell'Idea.

La mia condizione mentale di idealista desanctisiano in estetica, di herbartiano nella morale e in genere nella concezione dei valori, di antihegeliano e di antimetafisico

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nella teoria della storia e nella generale concezione del mondo, di naturalista o intellettualista nella gnoseologia, questi elementi non armonizzati ma nemmeno confusi tra loro, e piuttosto messi l'uno accanto all'altro come in un ordinamento provvisorio e lacunoso, si possono vedere riflessi già in alcuni articoletti da me pubblicati prima dei venti anni (e raccolti nel già citato libretto Iuvenilia), e poi, per la lunga stasi prodotta dagli studi di erudizione, nei miei primi scritti filosofici sul Concetto della storia e sulla Critica letteraria; e tracce se ne osservano ancora qua e là in taluni dei miei scritti immediatamente consecutivi. Il lievito dello hegelismo sopraggiunse nel mio pensiero assai tardi; e la prima volta attraverso il marxismo e il materialismo storico, che, come avevano ravvicinato il mio maestro Labriola allo Hegel e alla dialettica, così mi fecero avvertire quanta concretezza storica fosse, pur in mezzo a tanti arbitri e artifizi, nella filosofia hegeliana. Ma anche lo Hegel, che mi veniva presentato nella

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interpretazione e adattamento del Marx e dell’Engels, fu accolto da me con cautela critica, come si vede dai miei saggi sul materialismo storico, nei quali mi argomentai di purgare questa dottrina da ogni residuo di astratto apriorismo sia di “filosofia della storia” sia di più recente “evoluzionismo”; e difesi il valore dell'etica kantiana, e non prestai fede al mistero della sottostruttura o Economia (travestimento dell’Idea), che opererebbe sotto la coscienza, e della soprastruttura o coscienza, che sarebbe fenomeno superficiale. In modo più diretto mi ravvicinai ancora allo Hegel mercé l’amicizia e la collaborazione col Gentile, nel quale rinasceva la tradizione dello Spaventa, resa più flessibile, più moderna, più aperta alla critica e all'autocritica, più varia d' interessi spirituali; sicché s’iniziò una reciproca efficacia tra noi due e una scambievole correzione pur nelle vie alquanto diverse talvolta da ciascuno di noi seguite.

Ma fu nell'aspro travaglio che, come ho detto, mi costò l'Estetica, che io superai per

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me e da me il naturalismo e lo herbartismo, che ancora mi legavano: superai, cioè, la logica naturalistica mercé quella dei gradi spirituali o dello sviluppo, non riuscendomi in altro modo d'intendere il rapporto di parola e logicità, di fantasia e intelletto, di utilità e moralità; e superai la trascendenza naturalistica attraverso la critica che venni irresistibilmente compiendo dei generi letterari, della grammatica, delle arti particolari, delle forme rettoriche, toccando quasi con mano come nello schietto mondo spirituale dell’arte s'introduca la “natura”, costruzione dello spirito stesso dell’uomo, e, negata realtà alla natura nell'arte, mi spianai la strada a negargliela dappertutto, scoprendola dappertutto non come realtà, ma come prodotto del pensiero astraente. Infine, quello che poi chiamai dualismo di valori e sceverai dal dualismo di spirito e natura, fu da me superato mercé la conclusione alla quale pervenni studiando il giudizio sull'arte e ogni altra forma di giudizio: che il pensiero vero è semplicemente il pensiero,

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l’espressione bella semplicemente l'espressione, e via dicendo; come il pensiero falso e l'espressione brutta è il non-pensiero e la non-espressione, il non-essere, che non ha realtà fuori del momento dialettico che lo pone e lo dissolve.

Nella memoria delle Tesi fondamentali e nella prima edizione della Estetica rimangono per altro residui di un certo naturalismo, che è piuttosto kantismo; onde lo spettro della natura qua e là ricompare, e le distinzioni sono, almeno nelle parole e immagini adoperate, poste talvolta con qualche astrattezza. Ma, dato fuori quel libro e abbozzata una Logica, sentii giunto il momento di stringere più particolare conoscenza con quello Hegel, del quale sin allora avevo, piuttosto che studiate intere, assaggiate qua e là le dottrine. Ed ebbi una nuova conferma che i libri rimangono inerti e misteriosi quando sono letti senza che si sia già per proprio conto compiuto un lavorio che confluisca col contenuto di quei libri; e diventano efficaci quando intervengono a dialogare con

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noi per aiutarci a portare a chiarezza pensieri da noi abbozzati, a mutare in concetti i nostri presentimenti di concetti, a confortarci e assicurarci nella via che già abbiamo presa da noi stessi o presso la quale siamo pervenuti. E quando (e fu nel 1905) m’immersi nella lettura dei libri dello Hegel, mettendo da banda scolari e commentatori, mi parve d'immergermi in me stesso e di dibattermi con la mia stessa coscienza. Senonché, appunto per essere io venuto a quello studio con varia esperienza di cultura e con una sistemazione già delineata della filosofia e con la già eseguita critica di talune dottrine hegeliane surrogate da altre più valide, nemmeno in quel periodo fui “hegeliano”. Impossibile mi riusciva, in verità, al punto in cui ero giunto, l'atteggiamento, che è proprio della giovinezza, di accettare con fiducia una parola che non si è intesa a pieno e non si è interiormente rifatta e criticata, sol perché la si ascolta pronunziare da colui che si è scelto per guida, o da tal maestro che, avendo aperto la nostra mente

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a una verità, ci dispone a fede cieca o semicieca per altre sue parole, che non hanno ancora per noi l'evidenza del vero. Il quale atteggiamento, che ho più volte osservato anche in uomini di molto valore (e lo ebbe lo Spaventa rispetto a gran parte del sistema hegeliano, che egli si sforzava di pensare e non vi riusciva davvero, e pure ripeteva e provvisoriamente riteneva), non era stato mai il mio, salvo appunto in qualche anno della giovinezza, quando, scolaro del Labriola, accettavo per fede e rispettavo, senza veramente appropriarmela, la teoria delle “cinque” idee pratiche, “l'una indeducibile dall’altra”, e simili. Comunque, studiare lo Hegel e giovarmi di lui doveva essere, nel 1905, insieme un criticarlo e dissolverlo: onde il risultamento di quello studio fu il saggio Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, pensato sul finire del 1905, scritto nell’inverno e pubblicato nell'estate del 1906. Lessi anche, circa quel tempo, i nuovi gnoseologi della scienza e i confusionari prammatisti, ricavandone una

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riprova di critiche già da me fatte nel lavorare sulle dottrine estetiche, e scoprendo l'affinità che è tra le loro critiche e quelle che lo Hegel moveva all’“intelletto astratto”, ma fermamente rifiutando le soluzioni intuizionistiche o prammatistiche dei problemi filosofici, come già avevo rifiutato quella astrattamente speculativa dello Hegel.

Il concetto, al quale pervenni attraverso la critica dello Hegel e la generale revisione della storia della filosofia, fu ribadito nel titolo generale di Filosofia come scienza dello spirito, che diedi ai miei tre volumi o trattati di Estetica, Logica e Pratica. La quale mia concezione è stata più volte chiamata (in particolare da coloro che conoscono lo Hegel così come per fama uomo suole aborrire) “hegelismo” o “neohegelismo”; ma potrebbe altresì chiamarsi, a libito e con pari diritto, “nuovo positivismo”, “nuovo kantismo”, “nuova teoria dei valori”, “nuovo vichianismo”, e via dicendo: denominazioni che tutte, come la prima, non ne colgono il carattere proprio, che invece si dispiega abbastanza

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chiaro nella genesi da me esposta di sopra. Se nella filosofia dello Hegel si dà, come si è fatto in passato, importanza suprema al concetto di un Logo, che si ponga inconsapevole nel mondo della Natura e si ritrovi nel mondo dello Spirito, e al congiunto concetto di una Logica di questo Logo, che percorra una lunga catena di triadi categoriche per raggiungere il vertice dell'Idea e di là precipitare verso la Natura, e al concetto di una Fenomenologia che preceda questa Logica e sia come la scala per attingere l’empireo di essa, e ancora alle costruzioni a priori della natura e della storia umana, e ad altrettali prospetti pseudometafìsici, ai quali precipuamente lavorarono gli scolari e imitatori dello Hegel; la Filosofia come scienza dello spirito, da me disegnata, non è la prosecuzione ma la totale eversione dello hegelismo. Perché, infatti, essa nega la distinzione di Fenomenologia e Logica; nega non solo le costruzioni dialettiche delle Filosofie della natura e della storia, ma anche quelle della Logica stessa; nega la triade di Logo,

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Natura e Spirito, ponendo come solo reale lo Spirito, nel quale la natura è nient'altro che un aspetto della spirituale dialettica stessa. Ma, se invece nello Hegel si dà risalto soprattutto alla vigorosa tendenza verso l'immanenza e la concretezza, e alla concezione di una logica filosofica intrinsecamente diversa da quella del naturalismo, certamente la Filosofia come scienza dello spirito riconosce, se non proprio come suo padre (perché padre di lei non può essere, com’è chiaro, che il suo autore medesimo), certo come suo grande antenato lo Hegel, e, più remoto e non meno venerando, il Vico. Del resto, codeste denominazioni hanno scarsa importanza, e giovano più che altro a coloro che vogliono risparmiarsi la fatica di studiare un pensiero che non conoscono, sussumendolo in un altro che conoscono o che, più spesso, hanno per loro comodo immaginato di conoscere.

Via via che trattavo le varie parti della Filosofia dello spirito, quelle trattate prima si rischiaravano, mostravano alcune contradizioni

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da risolvere, si riaccordavano meglio tra loro e col tutto; donde il progresso del mio pensiero, che non è mai cessato dalla Estetica alla prima Logica, e da questa alla Filosofia della pratica e alla seconda edizione, o piuttosto rifacimento, della Logica, e al Breviario di Estetica, e agli scritti sulla Teoria e storia della Storiografia, e agli altri che li seguono o li seguiranno. Per attenermi alle cose principali, quel progresso si affermò nella sempre più rigorosa eliminazione del naturalismo, nel più forte accento messo sull’unità spirituale, e nello approfondimento dato in estetica al concetto della intuizione, elaborato ora in quello di lirismo. Soprattutto, nel corso di quel lavoro, mi accadde di sperimentare in me stesso l’insostenibilità del vecchio concetto della verità che si attinga una volta per sempre, magari a coronamento di sforzi secolari e per la genialità di un singolo scopritore: concetto che persisteva nella mia Estetica, non già nettamente affermato, anzi qua e là tentennante e minato,

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ma come sottinteso e parziale pregiudizio non vinto, e si mostrava particolarmente nel modo alquanto crudo in cui era lumeggiata la storta di quella disciplina. Ora l'impossibilità che io osservavo in me di riposare sul pensiero già pensato, e il vedere rifiorire i problemi appena mietuta una messe di soluzioni, e ritornare in questione il già pensato (il che mi accadeva per ogni parte della filosofia che andavo trattando o ritrattando), mi ammaestrarono col fatto, che la verità non si lascia legare una volta per tutte. E, a un tempo, m’ispirarono modestia pel mio pensiero presente, che sarebbe apparso a me stesso domani insufficiente e da correggere, ed indulgenza verso il me stesso del giorno prima ossia del passato, che qualcosa aveva pure effettivamente pensato di vero, per inadeguato che apparisse al mio presente: modestia e indulgenza, che si convertirono in pio sentimento verso i pensatori dei tempi trascorsi, ai quali mi guardai dal più rimproverare, come prima solevo, di non aver saputo fare ciò che nessun

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uomo o grand’uomo può: fermare l'eterna verità, ossia fissare come eterno l'attimo fuggente. E un'altra esperienza io feci, cioè che ogni progresso del mio pensiero non si compieva già con l'insistere nei termini dei problemi che avevo risoluti, ma col formolarsi di nuovi problemi, e che questi, pur sorgendo sul fondamento dei precedenti, non erano tuttavia immediata conseguenza dei precedenti, ma stimolati da nuovi moti del sentimento e da nuove condizioni di vita. Così, per esempio, la determinazione del mio primo concetto dell'intuizione nell' altro di intuizione pura o lirica non accadde per un’inferenza dal primo, il quale per sé preso mi soddisfaceva e rimaneva inerte, ma dalle suggestioni venutemi nell'esercizio effettivo della critica letteraria, scrivendo le mie note sulla letteratura italiana contemporanea, e da1 meditare direttamente sulle opere d’arte, procurando di mettere in armonia i vecchi coi nuovi pensieri che ne nascevano. Infine, nel preparare la mia Filosofia della pratica e indagare il rapporto

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tra intenzione e azione, negata la dualità di esse e la concepibilità di un'intenzione senza azione, ripensai alla dualità che avevo lasciata nella prima Logica tra concetto e giudizio singolare, ossia tra Filosofia come antecedente e Storia come conseguente, e scorsi chiaramente che un concetto, che non sia insieme giudizio del particolare, è tanto irreale quanto un'intenzione che non sia insieme azione. Allora mi rammentai anche dei lunghi dibattiti, avuti qualche anno innanzi col Gentile sulla formola di derivazione hegeliana dell'unità della filosofia con la storia della filosofia, che io rigettavo e il Gentile difendeva, senza persuadermi con la sua difesa; e allora fui tratto a consentire col Gentile, riserbandomi soltanto di liberamente interpetrare ed elaborare quella formola a mio modo, ossia in accordo col mio concetto dello Spirito, nel quale la filosofia è un momento, e perciò modificandola nell'altra dell'identità della filosofia con la storia: il che eseguii nella seconda edizione della Logica.

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Questa conclusione è stata grandemente efficace non solo nell'ulteriore svolgimento del mio pensiero, ma in tutta la mia vita spirituale, essendo valsa a liberarmi definitivamente dallo scetticismo verso me stesso e verso l'umano potere di raggiungere il vero. Giacché, per orgoglioso che un filosofo sia (e orgoglioso io non sono mai stato né sono, nonostante certi scatti d’impazienza e certa vivacità polemica che altri può forse scambiare per orgoglio), come potrebbe mai presumere di aver esso solo, nel sistema che propone, “scoperta” la  verità, che i secoli precedenti avrebbero ignorata? E per caparbio e pigro ch'esso sia (pigro quanto uno Schopenhauer!), come farebbe egli a non avvedersi, che la sua costanza è solamente apparente o approssimativa, e che egli stesso è in continuo processo di svolgimento e parziale negazione delle sue affermazioni precedenti? Sicché, posto il concetto di una verità ferma ed extrastorica, lo scetticismo è inevitabile e invincibile. Ma il concetto della verità come storia modera l'orgoglio del

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presente ed apre le speranze dell'avvenire; e sostituisce alla disperata coscienza del vano sforzo di strappare il velo a ciò che sempre sfugge e si cela, la coscienza del sempre possedere ciò che sempre si arricchisce, e alla triste immagine dell'umanità cieca, brancolante nelle tenebre, l’immagine eroica di lei, che ascende de claritate in claritatem.

Per questa salda persuasione, io non mi do alcuna ambascia circa le sorti della mia “filosofia”, che altri ha chiamata “sistema”, e io “serie di sistemazioni”; e apro tutte le porte del mio intelletto ai dubbi e alle voci delle nuove esperienze, sicuro che ciò che ne verrà fuori, se correggerà ciò che m'illusi di aver pensato, non potrà mai distruggere quel che un tempo effettualmente pensai, e che è perciò perpetuamente vero, e anzi ne confermerà ed amplierà la verità con nuove verità che prima non potevo pensare perché non se n’erano formate ancora in me le condizioni e non ne era sorto il bisogno. Onde, quando, terminato che ebbi di pubblicare la Filosofia dello spirito, molti m'invitavano

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al riposo, perché (dicevano) avevo ormai compiuto il mio “sistema”, io sapevo che in realtà non avevo né compiuto né chiuso nulla, ma solamente scritto alcuni volumi intorno ai problemi accumulatisi nel mio spirito via via sin dagli anni della giovinezza. E mi ridetti a vivere la vita e a leggere libri non tanto di filosofi quanto di poeti e di storici; e dopo un po' sorsero spontanee le mie meditazioni intorno alla Filosofia del Vico, le dissertazioni sulla Teoria e la storia della storiografia, i Frammenti di Etica, i saggi sulla Storia della storiografia italiana: tutti pensieri che rompono i pretesi cancelli del preteso sistema e dànno, se ben si guardi, nuovi sistemi o nuove “sistemazioni”, perché ad ogni passo nostro si muove sempre il tutto. E altrettanto farò; e continuerò a filosofare, se anche, come certe volte mi vado immaginando non senza diletto, abbandonerò un giorno la “filosofia”, quella che si suol chiamare filosofia in senso stretto o scolastico, il trattato, la dissertazione, la disputa, l'esame storico delle dottrine dei cosiddetti

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filosofi; perché questo appunto importa l’unità di filosofia e di storia: che si filosofa sempre che si pensa, e qualsiasi cosa e in qualsiasi forma si pensi. Anzi, la perfezione di un filosofare sta (per quel che mi vuol parere) nell’aver superato la forma provvisoria dell’astratta “teoria”, e nel pensare la filosofia dei fatti particolari, narrando la storia, la storia pensata.

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IV. - SGUARDO INTORNO E

INNANZI A ME.

 

 

Se alcuno ora mi domandasse quale risonanza abbia avuta l’opera mia, potrei riempire molte e molte pagine col dar notizia della divulgazione ottenuta dai miei libri in Italia e fuori, delle discussioni che hanno levate e che sono state talvolta aspre polemiche, dei molteplici lavori che hanno suscitati nei vari campi percorsi dal mio pensiero, nell'estetica, nella filosofia del linguaggio, nella storia della letteratura, nella storia dell'arte, nella logica, nella teoria della storiografia, nell'etica, nella economica e politica, nella dottrina del diritto, e via discorrendo. Abituato a prendere appunti e fare schede per gli autori che studio e che mi sono più

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particolarmente cari (donde le parecchie “bibliografie” da me pubblicate), osservo questa pratica anche verso me stesso, che mi studio e, in certa misura almeno, com’è naturale, mi sono caro: sicché il materiale qui mi abbonderebbe e, disposto in bell’ordine, mi darebbe la soddisfazione di un padre e di un nonno, che contempli intorno a sé larga progenie di figliuoli e di nipotini. Ma, se facessi ciò, scriverei quelle “memorie”, le quali non mi sono proposto di scrivere per la semplice ragione che non ne vedo l'utilità e certamente non ne sento l'urgenza, e le quali anzi mi ripugnerebbe scrivere, perché , se non cado nella stravaganza di aborrire me stesso, non ho poi l'animo di parlare di me, quando ciò non mi sembra utile a cosa alcuna. E utile mi è sembrato invece questo tentativo di analisi del mio svolgimento etico e intellettuale, e perciò l'ho tentato.

La precedente domanda può avere anche una significazione più intima: cioè se e quali effetti le mie teorie abbiano prodotti nel pensiero contemporaneo. Ma a questo proposito

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dovrei ricordare un criterio che ho fatto valere nei miei lavori di storia della filosofia, cioè che immaginare un pensiero, “che produca effetti” è concepire naturalisticamente e meccanicamente il pensiero e la vita tutta; e che in realtà un pensiero non produce mai effetti, ma è sempre collaborazione; e come il pensiero di un singolo autore nasce dalla collaborazione della storia precedente e contemporanea, così quel pensiero in quanto, come si dice impropriamente, esce da lui e si comunica ad altri, ha una storia che non è più sua, ma di tutti coloro che lo accolgono e lo elaborano o altresì lo negano e lo fraintendono e l'avversano e l'ignorano, e, insomma, pensano per loro conto. Non è Cartesio che ha prodotto il razionalismo e la rivoluzione francese, ma lo spirito del mondo che si è attuato successivamente nella filosofia cartesiana, nell'enciclopedismo e nella rivoluzione francese. Per rispondere alla domanda intesa in questo secondo modo, dovrei scrivere dunque un saggio sulla storia del pensiero dei miei tempi, come, nel caso

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precedente, della cultura dei miei tempi; e ciò è altresì fuori del mio tema e del proposito che ho formato, e mi sembrerebbe ora poco opportuno.

Infine, quella domanda può avere un terzo significato, che chiamerò psicologico: se cioè io sia contento o scontento, lieto o triste dell'opera mia e dell'accoglienza che essa ha ricevuta. Della prima (e anche questo è naturale), contento e scontento insieme; e, quanto alla seconda, sempre contento, perché sono adusato a riconoscere la razionalità di qualunque cosa accada, e, in un significato più contingente e più volgare, contentissimo, perché non avrei mai immaginato di ottenere l'uditorio che mi sono trovato intorno: io che non ricordo di aver fatto in mia giovinezza sogni ambiziosi, e ricordo invece di essermi ristretto a ideali assai modesti; io, che, quando ebbi scritto l’Estetica, insistetti con l’editore perché non ne tirasse più di cinquecento copie, e nel fondare la Critica contavo sopra un paio di centinaia di benevoli lettori. Sicché tutto è proceduto oltre,

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non dirò le mie speranze, ma le mie aspettazioni. Di desideri e di speranze non ho provato mai fortemente altri (mi sia permesso dirlo, perché è il vero) che quelli di uscir fuori dalle tenebre alla luce.

E anche ora le tenebre mi si raddensano di volta in volta sull'intelletto; ma l'angoscia acuta, della quale ho tanto sofferto in gioventù, è ormai un'angoscia cronica, e da selvatica e fiera si è fatta domestica e mite, perché, come ho di sopra accennato, ora ne conosco i sintomi, il rimedio, il decorso, e perciò ho acquistato la calma, che la maturità degli anni porta a coloro, che, beninteso, hanno lavorato per maturarsi.

Questa calma mi ha reso anche possibile, da circa un quindicennio in qua, di delineare di volta in volta con sufficiente esattezza il programma che avrei attuato in seguito, ossia più genericamente per quattro o cinque anni, e più particolarmente pei due o tre prossimi. L'imprevisto, in quel che ho fatto nell'ultimo quindicennio, è stato assai poco; e di rado e in cose secondarie mi è accaduto di

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lasciarmi trascinare dalle occasioni. Alquanto più incerto sono ora che ricapitolo me stesso, in un anno che avevo riserbato a rivedere, ordinare e correggere tutta la mia produzione giovanile è a preparare parecchi lavori editoriali e a dare assetto a mie faccende private; e ciò in gran parte ho già adempiuto, e conto di averlo adempiuto tutto prima della fine dell'anno. Una sorta di “liquidazione del passato”, che era indirizzata a prepararmi la tranquillità di animo per continuare e intensificare l'opera già da me iniziata intorno agli studi storici, pei quali vagheggiavo di compiere qualcosa di simile, mercé teorie, esempi e polemiche, a ciò che ho press'a poco eseguito negli studi filosofici e di estetica e di critica letteraria. Soprattutto avevo in disegno un lavoro sullo svolgimento storico nel secolo decimonono in quanto vive nelle condizioni presenti della nostra civiltà, una storia che desse quasi mano alla praxis. Ma io scrivo queste pagine mentre rugge intorno la guerra, che assai probabilmente investirà anche

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l'Italia; e questa guerra grandiosa, e ancora oscura nei suoi andamenti e nelle sue riposte tendenze, questa guerra che potrà essere seguita da generale irrequietezza o da duro torpore, non si può prevedere quali travagli sarà per darci nel prossimo avvenire e quali doveri ci assegnerà. L’animo rimane sospeso; e l'immagine di sé medesimo, proiettata nel futuro, balena sconvolta come quella riflessa nello specchio d’un’acqua in tempesta.

 

Napoli, 8 aprile 1915.

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INDICE.

 

 

 

I. CIÒ CHE NON SI TROVERÀ E CIÒ CHE SI TROVERÀ

        IN QUESTE PAGINE  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 1

II. CASI DELLA VITA E VITA INTERIORE . . . . . . . . . . . . . . .   “    7

III. SVOLGIMENTO INTELLETTUALE . . . . . . . . . . . . . . . . . .    “  53

IV. SGUARDO INTORNO E INNANZI A ME . . . . . . . . . . . . . .   “  83

 

 

 

 

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