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Il fondo Luigi Scaravelli


Profilo di Luigi Scaravelli
di Massimiliano Biscuso

Vita

Luigi Scaravelli nasce a Firenze il 19 luglio 1894, da Enrico Scaravelli, piemontese, ed Elisa Stabile, siciliana. Frequenta il R. Ginnasio “Ximenes” di Trapani e il R. Liceo “Galilei” di Firenze; qui studia anche contrappunto con il maestro Giannotto Bastianelli: la musica rimarrà per tutta la vita una sua grande passione. Dopo il diploma, conseguito nel 1913, inizia a frequentare i corsi di Matematica a Pisa, dove insegnava Ulisse Dini, ma già l’anno seguente si iscrive alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze
[1].
Partito volontario allievo ufficiale nella Prima guerra mondiale, diviene Sottotenente di complemento in fanteria; ferito nel luglio 1916 in un’azione di guerra, dopo una lunga convalescenza, avendo superato gli esami del quarto anno di medicina, è nominato nel giugno 1917 aspirante Ufficiale medico ed assegnato prima all’Ospedale militare di Firenze poi a un ospedale da campo in Albania. Nei momenti lasciati liberi dall’assistenza ai feriti e ai malati (allora infieriva la spagnola), legge libri di filosofia, tra cui la Teoria generale dello spirito di Giovanni Gentile. Congedato nel 1920, abbandona la facoltà di Medicina, pur avendo quasi concluso gli studi, per iscriversi nel 1920-21 al quarto anno corso di laurea in Filosofia all’Università di Pisa, dove si laurea con lode l’11 aprile 1923 con la tesi La logica dell’astratto nel sistema dell’idealismo attuale, relatore Armando Carlini.

           

    Luigi Scaravelli all’inizio degli anni ’20

Ben presto lascia la Scuola secondaria, in cui aveva iniziato ad insegnare prima come supplente poi come docente straordinario di Filosofia, Storia e Pedagogia, essendo risultato vincitore di concorso nel 1925, per dedicarsi interamente alla ricerca filosofica. Nella seconda metà degli anni Venti studia il pensiero di Platone, senza però pubblicare nulla. Nel 1929-30 ottiene una borsa di studio alla Columbia University di New York, dove segue, tra l’altro, un seminario di J. Dewey. L’anno seguente tiene un corso su Lo sviluppo del pensiero logico di Platone presso la Facoltà di Magistero di Firenze.
Rientrato in servizio scolastico nel 1931, è subito comandato, fino al 1933-34, come assistente, al neonato Istituto Italiano per gli Studi Germanici di Roma, presieduto da Giovanni Gentile e diretto da Giuseppe Gabetti; l’altro assistente è Carlo Antoni, che diventerà suo grande amico. Nel 1932 è in Germania, a Berlino, Colonia e Francoforte, per approfondire la conoscenza della lingua e del pensiero dei filosofi tedeschi contemporanei, in particolare di quello di Heidegger. Oltre a collaborare alle varie iniziative dell’Istituto, vi tiene corsi di storia della filosofia tedesca moderna e contemporanea. Nel 1935 pubblica su “Studi Germanici”, la rivista dell’Istituto, Il problema speculativo di Martin Heidegger, uno dei primi importanti studi sul pensatore tedesco in lingua italiana. In quello stesso anno iniziano i suoi incarichi all’estero: lettore all’Università di Bonn (1934-35), dove però non andrà mai (probabilmente per l’ostilità del regime nazista alla sua nomina), docente al Liceo Scientifico di Zugerberg in Svizzera (1935-36), e poi negli Istituti Italiani di Cultura: ad Atene (1936-37), Bruxelles (1937-39), Zagabria (1939-40) e infine Lisbona (1940-41). In queste sedi ha l’incarico, tra l’altro, di tenere corsi sulla storia del pensiero filosofico e scientifico italiano. Il 7 novembre 1940 sposa Vanda Passigli; dal matrimonio nasceranno due figli, Paola e Alberto.

                                                                                                         
 
                                                                                               Luigi Scaravelli all’inizio degli anni ’40

Rientrato definitivamente in Italia, pubblica nel novembre 1941, con data 1942,
la Critica del capire, frutto di un tormentato lavoro iniziato probabilmente già alla fine degli anni Venti. Ottiene in tal modo la libera docenza in Filosofia teoretica, che gli aprirà le porte dell’insegnamento universitario. Dopo essere stato, dal 1941-42, supplente di Pedagogia e poi di Filosofia morale, dal 1944-45 è docente incaricato all’Università di Pisa di Filosofia teoretica; essendo risultato vincitore di concorso, diviene professore straordinario dal 1951-52 al 1953-54 e poi ordinario dal 1954-55. Contemporaneamente all’insegnamento all’Università di Pisa, Scaravelli tiene seminari di filosofia nel 1945-46 e 1946-47, e di storia della filosofia dal 1950-51 al 1952-53 alla Scuola Normale Superiore; nel 1948-49 e 1949-50 è anche incaricato dell’insegnamento di Filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma. Argomento dei corsi universitari è il pensiero dei classici della filosofia moderna: Cartesio, Leibniz, Hegel e, soprattutto, Kant. Le Lezioni sulla “Critica della Ragion Pura”, frutto del primo corso romano, furono pubblicate nel 1949; postumi sono apparsi i corsi pisani del 1948-49 su Le “Meditazioni metafisiche” di Cartesio
[2]  e del 1953-54 su Leibniz: la formazione del pensiero logico scientifico attraverso la critica a Cartesio[3].


Benedetto Croce e Luigi Scaravelli

Negli anni dell’insegnamento universitario, oltre ad approfondire la conoscenza della filosofia moderna, e kantiana in particolare, riprende lo studio della matematica e affronta lo studio della fisica moderna, studi che lo portano ad intrattenere proficui rapporti con scienziati italiani e stranieri, tra cui il premio Nobel Wolfgang Pauli. È proverbiale la riluttanza del filosofo fiorentino a pubblicare le sue ricerche, le quali appaiono solo per esigenze concorsuali. Nel 1947 pubblica il Saggio sulla categoria kantiana della realtà: la monografia permette al filosofo fiorentino l’anno successivo di ottenere la conferma della libera docenza; nel 1951 esce La prima Meditazione di Cartesio, con la quale vince lo straordinariato di Filosofia teoretica; nel 1955, con data 1954,
le Osservazioni sulla “Critica del Giudizio”, che gli consentono di diventare ordinario.
All’inizio del 1957 ottiene il trasferimento all’Università di Firenze, dove però non insegnerà mai, a causa di una grave depressione. Il 3 maggio del 1957 muore suicida a Firenze.


Pensiero

La ricostruzione del pensiero di Luigi Scaravelli deve iniziare dal suo lavoro di tesi, La logica dell’astratto nel sistema dell’idealismo attuale (1923), il quale, per la maturità e l’originalità con cui affronta l’argomento, fa già intravedere le caratteristiche delle successive analisi filosofiche: fare proprio il punto di vista del pensiero interpretato, senza sovrapporre ad esso un criterio estraneo di giudizio, per svolgerne le conseguenze nel modo più coerente possibile. In questo caso il giovane Scaravelli affronta la difficile questione del rapporto tra logica dell’astratto e logica del concreto nel Sistema di logica che proprio in quegli anni Giovanni Gentile andava finendo di pubblicare. Scaravelli sostiene che l’astratto, lungi dal costituire una mera premessa del concreto, che con tipica movenza dialettica in questo si annulla e si mantiene come suo momento tolto, è la condizione stessa del farsi concreto del concreto, per cui mai potrà in questo annullarsi, pena l’impossibilità del costituirsi del concreto.
Le ricadute di tale interpretazione del nesso astratto-concreto sulla ricostruzione storica del pensiero filosofico, affrontata nei due capitoli centrali della tesi, sono rilevanti: il pensiero antico, infatti, non potrà più identificarsi, come voleva Gentile, con la logica dell’astratto, quella del pensiero pensato; né il pensiero moderno con la logica del concreto, quella del pensiero pensante. Il pensiero filosofico è sempre in sé compiuto, cioè concreto, e non necessita di un successivo sviluppo che ne porti a compimento il principio.
Le conseguenze di una tale impostazione filosofica si faranno subito avvertire nelle successive ricerche dedicate alla filosofia di Platone. Ma lasciamo la parola allo stesso Scaravelli, che, riassumendo con grande lucidità il suo percorso di ricerca di questi anni e la genesi della Critica del capire, scrive: «Il primo lavoro cui lo Scaravelli si è dedicato è stato uno studio sul concetto di arte secondo Platone: una ricerca, cioè, sul modo con cui Platone aveva impiantato il problema dell’arte, sulle sue fonti, e sulla maniera con cui nel corso della vita gli si era andato modificando. La ricerca si è lentamente trasformata in un saggio sul problema delle passioni nel pensiero platonico, sulla loro natura, sullo sviluppo che subiscono dai primi scritti socratici agli ultimi sistematici, e infine, sul tipo di rapporto che si instaura fra queste passioni e le attività etiche e noetiche.
Ma durante questo lavoro lo Scaravelli si andava ogni giorno più convincendo come i canoni storiografici, che più o meno consapevolmente aveva appresi e che gli davano l’angolo visuale dal quale “spontaneamente” guardava i problemi, non erano canoni che corrispondessero alle sue esigenze mentali. In base a quei canoni infatti il problema studiato si presentava come una specie di infanzia del pensiero, qualcosa di valido per tempi ormai “superati”; ed invece egli sentiva in Platone una ricchezza di pensiero ed un vigore speculativo nettamente superiore a ciò che trovava in tanti libri contemporanei e perfettamente “aggiornati” con le ultime concezioni della filosofia.
Si mise allora ad esaminare da vicino le basi di quei metodi storiografici; e specialmente la struttura della dialettica hegeliana e la struttura del giudizio sintetico kantiano. Aveva cominciato a stendere un breve lavoro su quest’argomento, che avrebbe avuto per titolo “Saggio sul giudizio storico”. Se non che vedendo sempre meglio come la struttura tradizionale che formava il “giudizio” non era valida per il compito che da lei si richiedeva, il suo lavoro gli si è andato cambiando in una “critica del giudizio storico”. Lasciato frattanto da parte lo studio sullo sviluppo del concetto di passione nel pensiero platonico – sebbene fosse già molto avanti – si è dedicato esclusivamente all’esame delle fondamenta della concezione della storia come realtà e della realtà come storia. E gli è sembrato che il germe originario di questa concezione – la dialettica hegeliana – avesse solidità solo nell’ipotesi che il rapporto di contrarietà e quello di contradittorietà fossero due rapporti tali da poter venir fusi in un unico rapporto; come appunto ha fatto Hegel. In questa identificazione i contrari porterebbero la loro ricchezza, i contradittori la loro assolutezza. E si avrebbe così un reale (lo spirito) veramente assoluto e veramente concreto. Ma questa identificazione di contrari e contradittori è sembrata allo Scaravelli priva di basi logiche, e perciò priva di giustificazione teoretica.
Spinto da questa constatazione, l’esame della possibilità della storia (per usare la terminologia kantiana) ha assunto, ai suoi occhi, l’aspetto di un esame del rapporto che hanno fra loro contradittori e contrari. E, constatato che questo rapporto non è né di identità, né di distinzione, né di contrarietà, da questa constatazione è seguito che tutte le interpretazioni che di questo rapporto sono state date – sia prima che dopo Hegel – sono apparse come interpretazioni che rivelavano, sotto l’apparente “sistematicità” con cui venivano presentate, una reale mancanza di rigore logico, una contingenza, per non dire una vera arbitrarietà. A questo punto è sembrato allo Scaravelli di aver raggiunto un primo risultato: cioè: non è in sede di logica trascendentale né in sede di logica speculativa (o dialettica) che si ha la garanzia teoretica della concezione che il reale è storia; giacché l’interpretazione che gli opposti contradittori sono fra loro “identici”, è sì una interpretazione, ma priva di basi rigorosamente speculative. Sicché si trasforma in una delle tante concezioni che si sono presentate nel corso del pensiero, insufficiente però a dar ragione di sé stessa. Per mostrare come – nell’esporre questi risultati – il lavoro non si muovesse più nell’ambito della dialettica, comunque riformata, lo Scaravelli ha creduto dare alla sua ricerca un titolo che sottolineasse questo distacco: Critica del capire»
[4].


La prima edizione (1942) della
Critica del capire

La Critica del capire, che può a ragione essere considerata il capolavoro di Luigi Scaravelli, infatti, intende indagare kantianamente le condizioni di possibilità del «capire», cioè della comprensione della realtà. Il capire, per poter essere vero atto di libertà umano, capace di generare il risultato della propria indagine come effettiva novità e individualità, non può coincidere con l’applicazione di un metodo predeterminato dal quale scaturisca meccanicamente e analiticamente un esito, che sarà necessariamente anch’esso predeterminato. Ogni autentico capire dovrà perciò possedere i caratteri propri della storicità, intesa come realtà capace di produrre il nuovo: intelligibilità, concretezza e spontaneità (nella formulazione logica adottata da Scaravelli: A= A, A = B, A = -A).
Non è qui possibile riassumere il contenuto di un libro che, per la sua natura di ricerca aperta e per la sottigliezza delle analisi ivi condotte, mal si presta ad essere sintetizzato. Basterà accennare al fatto che il lavoro indaga i principi del “capire”: l’identità, che permette l’intelligibilità del reale; la distinzione, che è principio della concretezza; la contraddittorietà, che rende possibile la spontaneità. Ciascun principio non solo è in grado di svolgere la sua funzione soltanto se pensato nella sua intima connessione con gli altri, ma neppure può costituirsi senza coimplicare anche gli altri principi: non si dà infatti identità senza una qualche forma di distinzione, né distinzione senza una qualche forma di contraddittorietà, né contraddittorietà senza distinzione e identità. I cinque capitoli in cui si articola la Critica del capire – “L’identità”, “Il giudizio”, “La libertà”, “Gli opposti”, “Il procedimento analitico” – sono altrettante indagini, condotte con grande rigore intellettuale ed esposte con uno stile limpido ma conciso fino al limite della elusività, volte a dimostrare la necessaria coappartenza di identità-distinzione-contraddittorietà, quali principi del capire. Non si tratta tuttavia di un’indagine puramente logica: caratteristica fondamentale del capolavoro scaravelliano è il fatto che l’analisi è condotta dando di volta in volta la parola ai grandi protagonisti della storia della filosofia – da Aristotele a Platone, da Cartesio a Leibniz, da Kant a Hegel, da Croce a Gentile – tutti interlocutori contemporanei a un’indagine che non ritiene nessun pensatore “superato”.
Nella Critica del capire si vanno dunque svolgendo i più classici temi della filosofia teoretica: la questione del significato elementare, identico, del singolo termine; la teoria del giudizio, che unisce e al tempo stesso tiene distinti il soggetto e il predicato, e le difficoltà che questa unità-distinzione comporta; il problema della libertà, inteso innanzi tutto come questione della spontaneità che rende possibile la generazione del nuovo, ossia di una realtà che non sia analiticamente dedotta dal suo opposto; la natura dell’opposizione, declinata nelle sue varie articolazioni di distinzione, contrarietà, contraddittorietà, anch’esse necessariamente coimplicantesi; infine il chiarimento del capire filosofico, che non procede nell’analisi fino a giungere agli elementi puri del reale, l’identico, il distinto, il contraddittorio, in quanto elementi puri non si danno, ma elabora i suoi principi in modo tale da non pregiudicare l’individualità e la novità. In questo senso il capire filosofico è un procedimento al tempo stesso analitico e sintetico: l’analisi, «nel suo significato concreto, non è operazione a sé, cui segua la sintesi, né operazione che possa venir dopo la sintesi; ma è quel procedimento in cui la sintesi articola la propria costituzione. Le due operazioni, la analitica e la sintetica, vengono perciò ad essere un solo procedimento: e questo procedimento è il procedimento speculativo o filosofico; procedimento critico, insomma, in quanto dà l’esistenza di ciò che viene indagando e conoscendo»
[5].
La successiva ricerca di Scaravelli è segnata dalla convinzione di aver raggiunto un risultato importante: aver individuato accanto al procedimento dialettico la sopravvivenza della kantiana “sintesi a priori” nella filosofia di Hegel e nell’idealismo italiano. Ciò produce nell’opera di Hegel una particolare «ambiguità»: da un lato «tendenza a fondare la realtà come storia, dall’altro tendenza a porsi come base di una “natura” […] e di una filosofia della natura». Il permanere del procedimento sintetico rende impossibile in Hegel la fondazione della realtà come storia, perché questa sarebbe prodotta da condizioni necessarie, ed è responsabile inoltre di quel tanto di naturalistico che sopravvive nelle varie riforme della dialettica hegeliana, come appunto la logica dell’astratto che precede la logica del concreto in Gentile o il diventare gli avvenimenti note analitiche della identica forma universale nel giudizio storico in Croce. La sintesi a priori è infatti adatta solo per la scienza, non per la storia.
Ma lasciamo di nuovo la parola a Scaravelli: «L’approfondimento di questo problema ha portato lo Scaravelli a compiere due ricerche – per così dire simultaneamente – le quali si aiutano a vicenda: una sul significato concreto (sia storico sia teoretico) della sintesi a priori vista nella Analitica trascendentale (e non quale è diventata poi (nell’idealismo a partire da Fichte) motivo propulsore di tutte quante le concezioni in cui lo spirito produce la propria realtà producendo le sue opere); l’altra sulla genesi del problema della storia, isolando questa genesi dall’a lei intrecciato (ma a lei fortemente dannoso) problema della “sintesi” e delle filosofie della natura che da quella sintesi sono sorte»
[6].


La prima edizione (1947) del
Saggio sulla categoria kantiana della realtà

Scaravelli scrive queste righe negli ultimi mesi del 1947, quando era appena uscito il Saggio sulla categoria kantiana della realtà. Si trattava di una parte soltanto di quel «lavoro di indagine minuta della kantiana “Analitica dei principi”, nel quale si esamina uno per uno ciascuno dei principi che a priori rendono possibile l’esperienza», che Scaravelli andava in quegli anni conducendo. Il Saggio sulla categoria kantiana della realtà cerca di giustificare la tesi che i principi della kantiana Critica della ragion pura siano validi non solo per la fisica classica, newtoniana, ma anche per la fisica moderna. Questo non significa affatto affermare che Kant abbia “anticipato” le scoperte della fisica moderna, ma soltanto sostenere che la spiegazione kantiana delle condizioni di possibilità della scienza fisica, se indagate nel nucleo più maturo della Critica della ragion pura, l’Analitica trascendentale e in particolar modo l’Analitica dei principi, non valgono per la sola fisica newtoniana, ma anche per la fisica moderna. La differenza tra fisica classica e fisica moderna sta nel fatto che la prima si basa su due assunti che la seconda respinge nella loro universale validità: la continuità spazio-temporale dei fenomeni cosmici e la rigida causalità del loro susseguirsi. Ora, l’analisi critica della possibilità dell’esperienza, condotto da Kant nell’Analitica trascendentale, mostrando come la modificazione sensibile sia l’elemento necessario al costituirsi dell’esperienza medesima, e come tale modificazione sensibile abbia come suo nucleo il grado, rivela due caratteristiche principali: che spazio e tempo sono insufficienti ad esprimere il grado, e che non si può stabilire a priori se la variazione di questo grado presenti il carattere della continuità o quello della discontinuità. Caratteristiche che rendono l’indagine critica kantiana capace di giustificare appunto anche la fisica moderna.
Contemporaneamente all’indagine su Kant e la fisica moderna, Scaravelli lavorava ad un’altra ricerca, che avrebbe dovuto dar luogo «ad una duplice indagine: storica l’una, teoretica l’altra. La storica per vedere quali sono i limiti entro i quali si possono erigere, retrospettivamente, i romantici tedeschi compreso Hegel, Kant, e, in parte almeno, Vico, ad iniziatori della concezione della storia, e della storia come tutta la realtà (genealogia, questa, che Croce sostiene almeno da un quarantennio). La teoretica per vedere quale possa essere la struttura di una operazione mentale che si voglia presentare come giustificazione della identità fra realtà e storia»
[7]. Di questa seconda ricerca Scaravelli non ha pubblicato nulla in vita; ma sicuramente appartengono a questa indagine – una parte almeno della quale il filosofo fiorentino aveva intenzione di intitolare Dalla logica come scienza del concetto puro alla logica come teoria del giudizio individuale perché avrebbe trattato la storia “ideale” del concetto crociano[8]  –  – tanto Il “sillogismo” di Hegel[9], quanto Giudizio e sillogismo in Croce[10], quanto infine Il concetto come universale[11].

Per quanto ricche di spunti originali e di analisi raffinate e acute, le indagini condotte nelle Lezioni sulla Critica della Ragion pura. Deduzione Metafisica e Deduzione Trascendentale e ne La prima Meditazione di Cartesio non presentano elementi di novità nel pensiero del filosofo fiorentino.


La prima edizione (1955) delle
Osservazioni sulla Critica del Giudizio

Possiamo perciò concludere questa breve presentazione accennando all’ultimo lavoro di Scaravelli, le Osservazioni sulla «Critica del Giudizio», che rappresenta per così dire al tempo stesso una sintesi e della sua interpretazione di Kant e del tentativo di giustificare il capire l’individualità e la novità. Al centro dell’analisi scaravelliana sta la possibilità di trovare una forma di sinteticità, e quindi un tipo di giudizio, adeguato a pensare la multivarietà dell’esperienza, il «terzo molteplice», che si distingue tanto dal molteplice delle sensazioni, o molteplice empirico, quanto dal molteplice delle determinazioni spazio-temporali, perché la differenza tra gli elementi di questo molteplice è data da altro rispetto a spazio-tempo-categorie. Si tratta quindi di una sinteticità diversa da quella del giudizio sintetico a priori, che costituisce invece la tessitura analitica di tutti i fenomeni. Come giudicare perciò le questioni di biologia, di psicologia, di antropologia, di gusto, di arte, di vita sociale, di ipotesi finali, che non possono essere ricondotte a regole determinanti pena la perdita appunto della loro individualità? Questa diversa forma di sinteticità è esemplarmente data dal giudizio di gusto, che permette appunto di unire individuale e universale senza sussumere il primo sotto il secondo e rendendo universalmente comunicabile il primo: «Senza schemi che ne regolino la sinteticità, senza principi che stiano a base della sua necessità e della possibilità di darne una dimostrazione oggettiva, il giudizio di gusto è trascendentalmente distinto da ogni giudizio di conoscenza intellettiva. Eppure in una sola cosa è simile ad un giudizio di conoscenza: come in questo  tanto il maestro quanto lo scolaro attingono – dice Kant – alla stessa sorgente, alle fonti che si trovano “nei principi essenziali e genuini della ragione”, sì che l’uno non ripete o imita quello che ha detto l’altro – e perciò non è “maschera di gesso” –; così nel giudizio di gusto nessuno può attingere altrove che al proprio sentimento nella effettiva realtà della sua presenza e mentre gli è presente la rappresentazione cui quel sentimento si riferisce. Ogni giudizio dato su un oggetto per dichiararlo bello, che avesse come propria fonte il giudizio altrui e non quel sentimento sarebbe un “giudizio logico” e non un “giudizio di gusto”. La sua forma o costituzione fondamentale sarebbe completamente un’altra, e non avrebbe nulla a che fare con la struttura di un giudizio di gusto, ancorché di questo imitasse, come una maschera di gesso, tutti gli aspetti esterni. Questa struttura fondamentale del giudizio di gusto, che lo fa tale solo se ha la sua sorgente – il suo predicato costitutivo – nel sentimento, innalza questo sentimento a dignità esemplare. Cioè fa sì che colui che lo prova venga considerato – analogamente alla “persona morale” – come dotato di una sua individuale universalità, nella quale ha sede la caratteristica necessità che spetta in proprio ad ogni giudizio di gusto»
[12]


Bibliografia

La più recente e completa bibliografia degli scritti di e su Luigi Scaravelli è stata curata da Fabrizio De Luca ed è apparsa nel 2006 sul sito
www.filosofiaitaliana.it, all’indirizzo: http://www.giornaledifilosofia.net/public/filosofiaitaliana/scheda_bf.php?id=2.
Tale bibliografia va integrata con le seguenti pubblicazioni:
Scaravelli L., Quattro recensioni (1927-1930), a cura di M. Biscuso, in «il cannocchiale», 2006, 2, pp. 3-14.
Scaravelli L., Scritti su Cartesio, introduzione e cura di G. D’Acunto, prefazione di R. Bruno, FrancoAngeli, Milano 2007.
Scaravelli L., Lettere a Ernesto e Anna Maria Codignola (1925-1952), a cura di M. Biscuso, in «il cannocchiale», 2008, n. 2-3, pp. 3-29.

Negri A., Scaravelli, Gentile e l’essere di Parmenide: solo alcuni appunti, in «Itinerari», 2003, n. 1-2, pp. 3-19.
Sasso G., Scaravelli e il giudizio, in Filosofia e idealismo. V. Secondi paralipomeni, Bibliopolis, Napoli 2007, pp. 663-754.
Mustè M., La critica del capire in Luigi Scaravelli, in La filosofia dell’idealismo italiano, Carocci, Roma 2008, pp. 163-178.
Feloj S., Luigi Scaravelli. Il principio di identità e le determinazioni del tempo: la struttura trascendentale dell’analitica del sublime, in Voci dal Novecento, II, a cura di I. Pozzoni, Limina Mentis, Villasanta (Mi) 2011, pp. 143-172.
Biscuso M., La storia della filosofia in Luigi Scaravelli, in «La Cultura», L, 2012, 2.

 


[1] Nella documentazione si rilevano alcune informazioni tra loro discrepanti: nei diversi curricoli redatti da Scaravelli si legge che il filosofo «si è iscritto nel 1912 alla facoltà di Medicina e Chirurgia nell’allora Istituto di Studi Superiori di Firenze» (Curriculum di Luigi Scaravelli, in “il cannocchiale”, 1999, 1, pp. 151-156, p. 151). Nelle Notizie tratte dal fascicolo personale del Prof. Luigi Scaravelli, depositato presso l’archivio della div. I della Direzione Generale Istruzione Universitaria (presente nell’Archivio Luigi Scaravelli nel faldone “Documenti”) si legge invece che la licenza liceale fu conseguita nel 1913. I ricordi di Armando Carlini ed Emilio Pampana, amico di Scaravelli fin dagli anni del Liceo, testimoniano l’iscrizione di Scaravelli a Matematica, prima di passare a Medicina: cfr. AA.VV., Ricordando Luigi Scaravelli, s.i.e., Firenze 1978, rispettivamente p. 53 e pp. 128-129. Da queste testimonianze dipende l’anonimo (ma in realtà redatto dalla moglie Vanda Passigli) Profilo di Luigi Scaravelli («Si iscrisse a Matematica a Pisa dove allora insegnava Ulisse Dini e passò poi a medicina a Firenze», in L. Scaravelli, Lettere a un amico fiorentino, a cura di M. Corsi, Nistri-Lischi, Pisa 1983, pp. 27-31, p. 27).

[2] L. Scaravelli, Lezioni sulle Meditazioni metafisiche di Cartesio (1948/49), in Scritti su Cartesio, a cura di G. D’Acunto, FrancoAngeli, Milano 2007, pp. 73-152.

[3] L. Scaravelli, Lezioni su Leibniz, a cura di G. Brazzini, Rubettino, Soveria Mannelli 2000.

[4] Curriculum di Luigi Scaravelli, cit., pp. 153-155.

[5] L. Scaravelli, Critica del capire, in Opere, a cura di M. Corsi, I, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 185.

[6] Ivi, pp. 155-156.

[7] Ivi, p. 156.

[8] Cfr. la lettera a Fossi del 14 ottobre 1945, in Lettere a un amico fiorentino, cit., pp. 182-184.

[9] Pubblicato da Mario Corsi col titolo Giudizio e sillogismo in Kant e in Hegel, a cura e con premessa introduttiva di M. Corsi,  Cadmo, Roma 1976, pp. 1-33. Corsi pubblicò anche la primitiva versione di questo scritto: Identità di giudizio e sillogismo, a cura e con introduzione di M. Corsi, in «Criterio», III, 1985, 1, pp. 51-63 (parte prima); ivi, 1985, 2,  pp. 118-127 (parte seconda).

[10] Giudizio e sillogismo in Croce, a cura e con premessa introduttiva di M. Corsi, in «il cannocchiale», 1985, 1-2,  pp. 113-118.

[11] Il concetto come universale fu erroneamente pubblicato in Opere, vol. 3, L’Analitica trascendentale. Scritti inediti su Kant, a cura e con introduzione di M. Corsi, La Nuova Italia, Firenze 1980, pp. 147-160. La lettera a Fossi sopra citata (p. 184), ritrovata successivamente, ha permesso di attribuire questo scritto all’opera sulla logica di Croce.

[12] L. Scaravelli, Osservazioni sulla «Critica del Giudizio», in Opere, II, cit., pp. 448-449.

 

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